Gazzetta dello Sport: “Prandelli: «Italia, la rivoluzione è cominciata. Mancini ha coraggio. Baldini? Un uomo vero»”

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Cesare Prandelli non ha dubbi: la nuova Italia di Roberto Mancini ha imboccato la strada giusta. Giovani, coraggio, qualità tecnica e un’idea di calcio meno prigioniera degli schemi rigidi sono gli ingredienti sui quali costruire il futuro della Nazionale. E nel suo ragionamento c’è spazio anche per Silvio Baldini, sul quale l’ex ct esprime parole nette: «Sa di calcio. Soprattutto è un uomo vero».

Intervistato da Fabio Licari per la Gazzetta dello Sport, Prandelli promuove il nuovo corso azzurro e parte da una convinzione precisa: «La rivoluzione è cominciata, non si torna più indietro».


Prandelli, magari Mancini ha recuperato la vecchia magia?

«Mancini ha parlato ai ragazzi e soprattutto ha capito l’importanza di quello che s’è visto in campo. Se avete fatto tutti caso, ha ripetuto più volte quanto sia stata importante la prima mezz’ora del secondo tempo. Un allenatore non dice certe cose a caso: deve aver visto quello che cercava. Lì abbiamo ritrovato il coraggio».

C’era un’altra Italia?

«C’era un’Italia diversa: faceva pressione, aveva fiducia nel suo gioco, si sacrificava collettivamente se qualcuno perdeva palla. Il Belgio non riusciva a uscire. Ma naturalmente alla base di queste prestazioni ci sono la visione e il coraggio di Roberto».

Sui giovani naturalmente.

«Naturalmente. Tutti ne parlavano, nessuno però li faceva giocare nei club. Era dura anche in Nazionale, con lo spettro del Mondiale perso. Gattuso non poteva perché era nell’emergenza, doveva qualificarsi e non aveva da investire tempo. Poi, siamo sinceri, Rino è stato anche sfortunato: con lui Bastoni si è fatto espellere, qui Bastoni ha segnato due gol».

Quale giovane l’ha colpita di più, premettendo che per noi Vergara, 23 anni, e Seba Esposito, 24, sono giovani?

«Appunto, quello è un altro problema italiano. Questi ragazzi mi sono sembrati tutti pronti, ma uno sicuramente ha incantato: Kayode. Potenza, forza, tranquillità, velocità, uno contro uno, grande personalità, quei calzettoni abbassati che tradiscono estrema disinvoltura. Va all’attacco, tira. Tutti lo sapevano che era bravo, Mancini però è stato il primo ad avere il coraggio di schierarlo».

Come emerge nell’intervista di Fabio Licari per la Gazzetta dello Sport, il discorso si allarga quindi ai talenti italiani che spesso trovano maggiore fiducia lontano dalla Serie A.

Vogliamo parlare di Doumbia? Era in Italia, a Venezia, e l’ha preso lo Sporting per venti milioni, non cinquanta.

«Lo sa perché? Perché siamo prigionieri dei sistemi di gioco rigidi, perché qualcuno ha pensato che non potesse giocare in certe squadre. Invece devono contare di più le qualità tecniche. È la squadra che deve adattarsi: Doumbia può giocare in tutti i ruoli del centrocampo, può fare l’esterno e il trequartista. È forte».

Possibile non se ne fosse accorto nessuno?

«Sa chi mi ricorda il suo caso? Verratti. Lo convocai in azzurro che ancora giocava in Serie B nel Pescara e in conferenza dissi: “Qualche club italiano s’è accorto che abbiamo un talento?”. Nessuna risposta, infatti poi è andato al Psg. Se lo Sporting investe su Doumbia, qualcuno deve per forza farsi qualche domanda. Bravo Mancini che ha avuto anche un po’ di aiuto dal calendario lungo».

Perché?

«Perché con il nuovo calendario di quattro partite ha avuto un gruppo con lui per oltre due settimane. Ha lavorato a fondo, ha fatto sentire tutti parte di un progetto».

E non è finita: dall’Under 21 sta per arrivare un altro blocco di giovani interessanti e anche vincenti.

«Alcuni mi sembrano già pronti, come Cisse e Ndour. Tutti promettenti, da inserire in Nazionale. Forse stiamo tornando ai tempi in cui gli Under 21 erano titolari anche in campionato. Magari sarà di nuovo così, un po’ perché costretti dal mercato e un po’ perché un ct che dà spazio crea un movimento di opinione, dà coraggio».

Lei ha cercato di impostare un progetto di rinascita con le seconde squadre…

«Quel progetto non esiste più, ma se i giovani tornano a giocare non c’è più il problema. Per tanti anni c’è stato un buco: fino all’Under 20 facevano benissimo, vincevano, poi perdevano tutto il vantaggio, abituati com’erano alla tattica e poco impiegati in partita».

Prandelli su Baldini: «Sa di calcio, è un uomo vero»

Nell’intervista concessa a Fabio Licari per la Gazzetta dello Sport arriva anche un passaggio dedicato a Silvio Baldini, sul quale Prandelli esprime un giudizio particolarmente significativo.

Baldini?

«Lo scoprono ora. Io conosco Silvio da sempre. Ed è sempre stato così. Sa di calcio. Soprattutto è un uomo vero».

«Il cambiamento è iniziato e non si ferma»

Scusi, Prandelli, non è che ci stiamo esaltando troppo? Abbiamo sconfitto due volte la Turchia e rischiato un po’ in Francia…

«No. In Francia il rischio ci stava, a Parigi dovevi prenderlo. Si capisce subito quando sta cominciando qualcosa di importante. Qui sta cominciando. Ho visto una squadra con senso di gioco, idee, spirito. Il cambiamento è iniziato e non si ferma. C’è da essere ottimisti perché le potenzialità sono notevoli».

La tattica è superata?

«No, le formule servono anche per capire, ma nel calcio di oggi la tattica deve essere interpretazione. Il 4-3-3 di Mancini lo è in partenza, poi lo svolgimento è diverso. In campo disegni altre figure, anche non studiate, in base alle situazioni. E se da esterno Vergara fa un lavoro diverso da Raspadori, ti adatti in campo».

In cosa è stato bravo Mancio tatticamente?

«Nel giocare sempre a quattro. Non la prenda per una valutazione di merito, non che una tattica sia meglio dell’altra, e c’è chi vince a tre. Però il calcio cambia continuamente, si cerca sempre una strada, per un po’ va bene, ma quando gli altri trovano le contromosse devi cambiare. Oggi in Europa le grandi giocano tutte a quattro. Così hai un uomo in più a centrocampo. E sa perché Mancini l’ha fatto? Perché non cade nello stereotipo che gli esterni o i centrali che giocano a cinque non possano giocare a quattro. Ma chi l’ha detto? Superiamo certe categorie».

Torna il vecchio discorso dei giovani da “liberare”.

«Basta con il vedere i giovani come ruoli. I giocatori interpretano. Il rischio è che un allenatore delle giovanili veda un dodicenne bravo e lo schieri davanti alla difesa. Ma non siamo più negli anni 90 in cui il 4-4-2 obbligava mezzali e trequartisti a cambiare, come ha fatto Pirlo che però aveva talento immenso».

L’ultima riflessione raccolta da Fabio Licari per la Gazzetta dello Sport riguarda la strada che il movimento italiano deve seguire per tornare ai massimi livelli.

Chiede semplicità?

«Nell’82 abbiamo vinto il Mondiale con due punte, Rossi e Graziani, un regista, Antognoni, un tornante, Conti: oggi invece l’ala deve fare il terzino, il regista va davanti alla difesa. Ma il talento si esprime dal centrocampo in avanti. Non siamo più un punto di riferimento, dobbiamo riconoscerlo. Ma se lavoriamo sui giovani, aboliamo i sistemi rigidi, interpretiamo il calcio e diamo importanza alla tecnica, torneremo grandi».