Mutti si racconta: «La Serie A mi annoia. Zamparini? Faceva volare i piatti»

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Un calcio vissuto da protagonista, tra provincia e grandi palcoscenici, passando per esperienze intense e piazze che hanno lasciato il segno. Bortolo Mutti ripercorre la sua carriera con lucidità e senza filtri, offrendo uno sguardo critico sul calcio moderno e tornando su momenti chiave del suo percorso. Nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport e firmata da Francesco Pietrella, emergono aneddoti, retroscena e riflessioni che raccontano non solo un allenatore, ma un uomo profondamente legato ai valori di un calcio ormai distante da quello attuale.

Bortolo Mutti si racconta in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, firmata da Francesco Pietrella, ripercorrendo la sua carriera tra aneddoti, polemiche e ricordi indelebili.


«Il calcio resta il chiodo fisso, ma la A di oggi mi annoia».

L’ex allenatore entra subito nel merito del calcio moderno:
«Il gioco lento. Preferisco la Premier e la campagna. La mattina mi dedico all’olio e al vino, poi pedalo con gli amici».

Nel confronto tra passato e presente, Mutti sottolinea:
«I social. I giovani si sentono invincibili. Qualche sera fa ero a cena con un amico agente. Un suo giocatore l’ha chiamato dopo la partita insultando l’allenatore perché non l’aveva fatto giocare. Io ai miei ho sempre insegnato che fare le vittime non serve».

Sull’eventualità di tornare in panchina:
«Ma va, dopo il Livorno ho smesso, deluso da certi atteggiamenti e da ds improvvisati. All’inizio avevo nostalgia, poi non me n’è più fregato nulla».

Nel corso dell’intervista alla Gazzetta dello Sport, firmata da Francesco Pietrella, Mutti affronta anche il tema del calcioscommesse del 2012:
«No, gli scandali veri li fecero altri. Finii in mezzo senza fare niente».

E aggiunge:
«Non l’ho mai capito. Ero l’allenatore del Bari retrocesso, fecero il mio nome per tirarsi fuori. Dissero che sapevo, ma non sapevo nulla. La gente ha sempre saputo chi fossi davvero: una persona seria».

Soprannominato «allenatore gentiluomo», racconta le sue origini:
«Sono cresciuto in una famiglia umile. Ho fatto il saldatore, il marmista e ho consegnato lettere. Poi sono entrato nel settore giovanile dell’Inter e ho fatto la mia carriera: una punta niente male».

Sul passato da calciatore:
«Tosta. In paese mi prendevano in giro quando giocavo a Brescia, segnai in un derby e qualcuno mi tolse il saluto. Per fortuna, nel 1981, sono tornato alla Dea ed è stato favoloso. Una cavalcata incredibile dalla C alla A».

Mutti racconta anche la nascita della sua carriera da allenatore:
«Per caso. Ero al Palazzolo, la società mandò via il tecnico e mi ritrovai a fare l’allenatore-giocatore. Ho fatto di tutto, dalla scuola calcio al settore giovanile, poi nell’estate del 1991 passai al Leffe».

Uno dei capitoli più curiosi riguarda Filippo Inzaghi:
«Arrivò nell’estate ’92, un cavallo pazzo da addestrare. I primi mesi non giocava mai, poi fece 13 gol. Quando andai a Verona lo portai con me. Ridevano, poi risi io. SuperPippo guidava un’auto scassata ed era già conteso dalle ragazze».

E sulla superstizione:
«Sì, ma io ero peggio. Una volta l’autista del pullman sbagliò strada e lo feci tornare indietro. Arrivammo tardi».

Tra i presidenti incontrati, Mutti ricorda Garilli e Zamparini. Sul primo:
«Parlavamo di vita, mai di calcio. Mi tratteneva in ufficio ogni sabato mattina. “Domani giochiamo con la Juve. Cosa vuole sapere?”. “Chi se ne frega…”».

Sul presidente del Palermo:
«Mai visto uno soffrire così tanto per il calcio. Non gli ho mai detto una formazione e lui s’incazzava. Faceva volare i piatti. Durante le partite girava la città in macchina senza ascoltare la radio. Mi telefonava alle 5 di mattina. Alla quarta volta gli dissi di non farlo più. Quell’anno ci salvammo».

Nel Palermo, un ricordo speciale è per Ilicic:
«Introverso, ma fortissimo. Soffriva già allora, ma quando voleva vinceva da solo».

Sul mancato salto in una big:
«Nel 2005 mi cercò la Roma, poi andò Spalletti. Avevo timore a lasciare Messina, dove stavo benissimo».

E proprio Messina rappresenta il punto più alto della sua carriera, come emerge nell’intervista alla Gazzetta dello Sport firmata da Francesco Pietrella:
«È stata la piazza della vita. Arrivai con la classifica disastrata e a fine anno festeggiammo la promozione in A».

Il primo ricordo:
«L’esordio con l’Avellino di Zeman. Vincemmo 1-0 sbagliando tantissimo. Un gruppo così unito non l’ho più trovato».

Infine, gli aneddoti:
«Di Napoli esultò mimando un volante, poi scoprii che aveva scommesso una macchina col presidente. Zampagna mi invitò a cena con tutti, ma rifiutai per mantenere i ruoli».

La chiusura è netta:
«Non mi manca nulla del calcio. Ho dato tutto. E mi sono divertito».

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