Peda, la forza oltre il limite: «Ho il diabete, mi dissero di smettere. Oggi sogno la A col Palermo»

PALERMO MANTOVA PEDA

Una storia di calcio, ma soprattutto di vita. Patryk Peda non è solo uno dei punti di forza del Palermo, ma anche un esempio di determinazione e resilienza. Nell’intervista concessa a GOAL, il difensore rosanero ha raccontato il suo percorso umano e sportivo, segnato dalla diagnosi di diabete di tipo 1 fin da bambino. Un ostacolo che, come emerge nel racconto a GOAL, non ha mai rappresentato un limite, ma piuttosto una spinta a fare di più.

«Ho sempre pensato che non volessi vedere nessuno chiudersi, nessuno che si isoli, che vada a pensare che il diabete sia una cosa che ti rovina la vita. So bene che non è facile, ma la vita è una, si deve andare avanti: si deve provare a far le cose che si preferiscono».


Parole forti, che raccontano una mentalità costruita fin da giovanissimo. Peda, infatti, ha ricevuto la diagnosi a soli otto anni: «Da bambino mi diagnosticarono il diabete, mi dissero che non avrei potuto giocare a calcio». Una frase che avrebbe potuto spezzare qualsiasi sogno, ma che nel suo caso si è trasformata in una motivazione ulteriore.

Nel racconto rilasciato a GOAL, il centrale polacco ha ripercorso anche le sue origini: «Io sono nato a Varsavia, abbiamo una casa a Zalesie Gorne, una città piccolissima ma in cui si sta bene. Ho ancora amici lì anche se ho sempre vissuto in città, a Varsavia, dove ho fatto sia scuola che scuola calcio». Un legame forte con la propria terra, che non si è mai spezzato nonostante il trasferimento precoce in Italia.

Il salto nel calcio italiano è arrivato a soli 16 anni: «Sono in Italia da sette anni e mezzo. Già prima di trasferirmici, io venivo spesso, mio padre era innamorato di questo paese. Io giocavo al Legia, mi contattò il Chievo Verona, andai lì a provare ma il mio club di appartenenza non mi autorizzò a partire. Sei mesi dopo sono arrivate nuove squadre, fra cui la SPAL, e sono riuscito a fare questo passo». Un cambiamento radicale che, come sottolineato ancora nell’intervista a GOAL, lo ha fatto crescere rapidamente: «Spostarmi dalla Polonia all’Italia mi ha fatto crescere velocemente come persona. Ho dovuto imparare la lingua, ma poi ho sbrigato tutto da solo».

La carriera prende forma proprio alla SPAL, dove completa il percorso nel settore giovanile fino ad arrivare in prima squadra: «A Ferrara ho fatto il settore giovanile, per me era molto importante arrivare in Prima squadra. Ci sono riuscito, ho fatto due anni in B e poi ho firmato col Palermo rimanendo comunque un anno in C con la SPAL». Dopo l’esperienza in prestito alla Juve Stabia, oggi è protagonista in rosanero: «Quest’anno sto giocando tanto, sono un titolare, sono molto contento».

Determinante, nel suo percorso, anche la fiducia di Inzaghi: «Per me, se tu dai fiducia a un giocatore, lo fai subito stare tranquillo. Durante l’estate, ero ancora in Polonia, mister Inzaghi mi ha chiamato e mi ha rassicurato, mi ha dato tutto e ora voglio dare io a lui qualcosa». Un rapporto che ha contribuito alla sua crescita e alla sua affermazione.

Nel racconto a GOAL non manca anche un passaggio emozionale sulla sfida estiva contro il Manchester City: «Fu bellissimo. Per noi, certo, ma anche per il Manchester che è stato qui con lo stadio pieno». E sul ricordo più prezioso: «Io ho preso la maglia di Jon Stones, un difensore come me».

Spazio anche alla Nazionale polacca, con il debutto nel 2023: «Giocare per la tua Nazione è la cosa più bella che c’è. C’era la mia famiglia, è stato un momento bellissimo». E un ricordo speciale per Szczęsny: «Prima del mio debutto mi disse: “Tranquillo, se sbagli mi prendo tutte le colpe io”. È davvero una persona da dieci su dieci».

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