Corriere dello Sport: “Sabatini: «La Nazionale deve diventare un club. Serve un amore folle per la maglia azzurra»”
Walter Sabatini torna ad analizzare il momento del calcio italiano con una lunga intervista in cui affronta i temi più caldi del movimento azzurro, dal Mondiale alla Nazionale, passando per Giovanni Malagò, Luciano Spalletti, Gennaro Gattuso e il futuro della Serie A. L’ex direttore sportivo offre il proprio punto di vista con la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto, soffermandosi anche sul valore del senso di appartenenza alla maglia azzurra e sulle possibili soluzioni per rilanciare il movimento.
Scaloni, in Qatar, ti dedicò un dolcissimo pensiero.
«Lionel è molto affettuoso, ha fatto una carriera eccezionale, diventando un semidio come succede a chi allena l’Argentina. Ha restituito dignità e risultati alla Selecciòn. Ha personalità, scaltrezza, sa vivere, sa capire e gestire i rapporti di forza. Le doti indispensabili per allenare una Nazionale».
Cosa ti piace del Mondiale americano?
«Katia Garcia Mendoza. Penso sia un arbitro eccezionale. Ha una corsa rotonda, veloce, sembra un tornante dei vecchi tempi. È cazzuta, tiene testa ai giocatori. Mi piacerebbe vederla in Italia, è stata veramente una sorpresa».
E poi?
«L’idea ci sia posto anche per i deboli e le nazionali marginali. Capo Verde sta dimostrando di meritare il Mondiale. Non mi aspettavo di vedere Panama così organizzata ed equilibrata. Il calcio è una sorpresa continua, imperscrutabile. Mi aveva scioccato l’ultima edizione in Qatar, non questa. Il Mondiale d’inverno non esiste. Il Mondiale si deve giocare con 40 gradi».
Come racconta Fabrizio Patania sul Corriere dello Sport, una parte importante dell’intervista è dedicata anche all’attuale situazione della Nazionale italiana e al possibile ruolo che Giovanni Malagò potrebbe ricoprire per rilanciare il movimento.
Parlavi di rapporti di forza e capacità di gestirli: Malagò saprà cambiare il calcio italiano?
«Già conosce certi meccanismi. Penso che Giovanni sia nato presidente, è un capo e farà benissimo il suo lavoro. Ama il calcio, saprà affrontare la parte non secondaria della politica. Spero prenda qualche precauzione per la Nazionale. Quando l’Italia perde, scattano i processi, ma il calcio rifiorirà, perché non muore mai. Istruttori, allenatori, dirigenti, presidenti. Partiamo da qui. Tutti facciano bene il proprio lavoro».
Meritavamo di restare fuori?
«No, una iattura. L’assenza dell’Italia è un default per tutti. Almeno trasformiamo l’eliminazione in un’avvertenza. Non vorrei sprofondare nella retorica, ma ci deve essere più amore verso la Nazionale. La trattiamo con troppa sufficienza».
La Lega di Serie A dimostra da anni scarsa attenzione.
«Sono stato uomo di società, non cambio adesso casacca, bastano tre o quattro infortuni per modificare il valore di una stagione sportiva e ridurre le possibilità di profitto. Lo so benissimo, ma ora vanno accantonati interessi e corporativismo. Bisogna tutelare la Nazionale».
Come evidenzia Fabrizio Patania sulle colonne del Corriere dello Sport, Sabatini insiste sulla necessità di creare un’identità forte per la selezione azzurra, coinvolgendo maggiormente club, dirigenti e calciatori.
Come si rimette la Nazionale al centro del villaggio?
«Il mio è un pensiero in libertà. L’Italia dovrebbe essere un club e funzionare come un club, previo consenso delle società. Basta con le convocazioni estemporanee. Mi piacerebbe si formasse un gruppo come se fosse la Roma, l’Inter o il Milan. Immagino un roster di 22-23 giocatori integrabile per necessità e merito. Così li vai a controllare, li intrattieni, li responsabilizzi. Bisogna creare un rapporto solido con gli allenatori. I giocatori devono sentirsi parte di una squadra vera, non transitoria».
Buffon e Gattuso stavano cominciando.
«Ci hanno provato, sono stati sfortunati, ma questo modo di affrontare la Nazionale non è stato enfatizzato. Ora dovrebbe diventare un’emanazione del presidente. Quasi un diktat. Si fa e si deve fare».
Non è semplice.
«Giovanni deve essere talmente abile e motivato da mettere insieme tutti i presidenti di Serie A e stabilire un’unità di intenti. La Nazionale è di tutti, ma sotto il controllo della Figc. Una squadra nazionale. Non la Nazionale quando escono i convocati, una volta ci sei e due volte no. Gli azzurri devono sentirsi ogni giorno della Nazionale. Serve un amore folle per la maglia. Questo amore va stimolato e coltivato».
Nell’intervista raccolta da Fabrizio Patania per il Corriere dello Sport, l’ex dirigente affronta anche il tema del commissario tecnico e dell’evoluzione del calcio italiano, soffermandosi sulle qualità di Silvio Baldini e sul momento vissuto da Luciano Spalletti.
Parliamo del ct non eletto. Silvio Baldini resterà con l’Under 21, ma era un possibile uomo di rottura.
«Lo conosco bene, passammo insieme un mese a Coverciano per prendere il patentino. Sento il bisogno di personaggi come Silvio, intellettualmente liberi. Non deve niente a nessuno, sa allenare, mi piace, lo dico con cognizione di causa, è uno dei più bravi. Ha parlato di dirigenti lestofanti e di un calcio lento in Serie A».
Spalletti, salutando l’Italia dopo l’esonero, disse: “Non sono entrato nella testa degli azzurri”.
«Per lui l’esonero è stato un dolore fisico, da inferno dantesco. Non è entrato nella testa dei giocatori, perché la Nazionale non ha nessun requisito della squadra. Manca la continuità del lavoro, i giocatori non li vedi mai. Per questo dicevo che dovrebbe diventare un club».
Come sottolinea ancora Fabrizio Patania sul Corriere dello Sport, nelle battute finali Sabatini si sofferma anche sulla Lazio, su Claudio Lotito e sul ritorno di Gennaro Gattuso, raccontando inoltre un curioso aneddoto risalente ai tempi del Perugia, quando scoprì un giovanissimo Rino durante un provino. L’intervista si chiude con una riflessione sul mercato e sul talento, ribadendo come nel calcio la qualità debba prevalere su qualsiasi parametro fisico o statistico.
