Sannino si racconta: «Ho avuto la fortuna di allenare Dybala, il più forte di tutti. Zamparini…»
«Pulivo i cessi in un manicomio e sono arrivato ad allenare in Serie A». In questa frase c’è tutta la vita di Beppe Sannino, oggi 68enne, protagonista di un lungo viaggio nel calcio italiano e internazionale. A raccontarlo è lo stesso allenatore nell’intervista concessa a Francesco Pietrella per la Gazzetta dello Sport, un racconto crudo, diretto, senza filtri, come è sempre stato il suo modo di stare nel calcio.
Sannino ripercorre le tappe di una carriera costruita dal basso, fatta di sacrifici e scelte spesso controcorrente. «Io sono così: parlo in faccia. Mi sono dimesso per dignità lasciando dei soldi. Al Watford salutai 550mila sterline dopo 4 vittorie nelle prime 5. E dopo aver vinto la prima partita della storia del Carpi in A, dissi che era tutta di Castori, non mia», racconta nell’intervista pubblicata dalla Gazzetta dello Sport.
Il presente lo vede lontano dall’Italia, una scelta precisa. «Non torno in Italia: troppi luoghi comuni», spiega a Francesco Pietrella sulle colonne della Gazzetta dello Sport. «So che il meglio l’ho dato e che sono in una fase calante, ma in Italia diventi un personaggio. Ti chiedono se mangi il panettone. E i social sono dilanianti. Alla mia età non voglio entrare in una centrifuga. Io sono uno che è partito dal niente e che si è fatto da solo».
Quel “niente” ha radici profonde. «Nasco scugnizzo napoletano, poi mi sono trasferito a Torino. Ero l’unico che girava in pantaloni corti e infradito, da qui il soprannome “ciabattino”. Giocavo e basta, saltavo spesso la scuola. Una volta mio padre per punirmi diede fuoco alle scarpe da calcio sul balcone con l’alcol». Parole che la Gazzetta dello Sport riporta come uno spaccato autentico di un’infanzia dura.
Per dieci anni Sannino ha lavorato in ospedale, prima psichiatrico e poi civile, mentre allenava. «Sveglia alle 5, turno all’alba, sette ore lì e poi in campo ad allenare. Pulivo i cessi per l’equivalente di 900 euro di oggi. Lavavo i pavimenti con la segatura, c’erano scarafaggi e quant’altro. E poi aiutavi i pazienti». Un’esperienza che lo ha segnato profondamente: «Al manicomio ho conosciuto la sofferenza vera».
La svolta arriva tra Serie D e categorie minori, fino all’exploit con il Varese. «Arrivai con 500 tifosi, me ne andai con diecimila. Invitai subito i giocatori a mandarsi a quel paese. Divenne lo slogan delle due promozioni». Un legame emotivo fortissimo, raccontato da Sannino a Francesco Pietrella per la Gazzetta dello Sport.
Poi la Serie A, il Siena, l’Olimpico contro la Roma: «Pensai “ce l’ho fatta”. Finì 1-1. Una delle partite più belle mai fatte». E quindi Palermo, uno dei capitoli più significativi. «Non ho mai avuto così tante richieste come alla fine di quella stagione, conclusa con la retrocessione. Andò male, ma non lo meritavamo. Ho avuto la fortuna di allenare Dybala, il più forte di tutti», racconta Sannino nell’intervista alla Gazzetta dello Sport.
Impossibile non citare Zamparini. «Litigai con lui prima di un Palermo-Cagliari 1-1. Mi fece chiamare nella hall per dirmi la formazione. Io gli risposi a modo mio. Il giorno dopo pareggiamo e mi esonerò, ma era un uomo generoso». Un rapporto difficile, ma sincero: «Se ci fossimo salvati mi avrebbe dato 500mila euro, ma gli dissi che non li avrei accettati».
Il racconto si chiude con una riflessione che va oltre i trofei. «Gli umili, come Gazzi o Brienza. Conservo il messaggio di un giocatore libico: “Sei stato un padre”. Eccolo, il mio scudetto». Parole che, come scrive la Gazzetta dello Sport, raccontano più di qualsiasi classifica.
