Repubblica: “Puma diventa cinese. La nuova vita del brand di Pelé e Maradona”
Puma non è soltanto un marchio storico dell’abbigliamento sportivo globale. È anche il sponsor tecnico del Palermo da quando la società rosanero è entrata a far parte del City Football Group, un legame che ha rafforzato l’immagine internazionale del club siciliano e che oggi si inserisce in uno scenario industriale in profonda trasformazione. Un contesto raccontato da Repubblica, che fotografa il nuovo corso del felino tedesco tra finanza, geopolitica e consumo globale.
Le Puma tornano a correre, almeno in Borsa. A Francoforte il titolo strappa verso l’alto, allineandosi ai 35 euro per azione offerti dal colosso cinese Anta Sports alla famiglia Pinault, che da tempo cercava di uscire da un marchio non perfettamente coerente con il posizionamento ultra-luxury di Kering. Non si tratta di un’Opa né di una presa di controllo formale, ma è abbastanza per portare la bandiera di Pechino in cima all’azionariato e spostare simbolicamente l’asse di un brand tedesco verso la nuova geografia del consumo globale, come ricostruisce Repubblica.
Anta Sports, conglomerato quotato a Hong Kong, mette sul tavolo 1,5 miliardi di euro per il 29% delle azioni e promette di «valorizzare l’eredità» di Puma. Una parola che pesa. Perché dietro l’eredità c’è la sfida più complessa: Puma oggi è un brand sotto pressione, stretto tra concorrenza feroce, lanci che faticano a decollare e una ristrutturazione annunciata fatta di tagli e riduzione della gamma prodotti. Nel duello permanente tra Nike e Adidas, Puma resta l’eterna terza, con un solo piede sul podio, sottolinea Repubblica.
Ma chi è Anta, il gruppo cinese che sceglie una missione tutt’altro che semplice? Nata nel 1991 nel Fujian, una delle province simbolo della manifattura globale, Anta è passata nel tempo dalla produzione conto terzi alla costruzione di un’identità di marca autonoma. Il fondatore Ding Shizhong ha sempre chiarito l’obiettivo: «Non essere la Nike cinese, ma l’Anta del mondo». Una strategia che ha portato alla creazione di un portafoglio imponente: i diritti di Fila in Cina, l’acquisizione di Jack Wolfskin e soprattutto il controllo di Amer Sports, casa madre di Arc’teryx, Salomon e Wilson, come ricorda Repubblica.
Puma, in questo disegno, è una scommessa ancora aperta. In Cina genera appena il 7% dei ricavi globali ed è considerata «sottorappresentata». Da Pechino sono convinti che la crescita possa arrivare proprio da lì, intercettando una classe media in espansione e un’idea di sport sempre più vicina ai modelli occidentali. È qui che l’operazione trova il suo senso industriale: spostare la curva della domanda dove il mercato cresce, analizza Repubblica.
Eppure Puma non è soltanto un bilancio da raddrizzare. È una storia tedesca divisa da un fiume. Herzogenaurach, Baviera: due fratelli, Adi e Rudolf Dassler, una fabbrica nata nel retro di una lavanderia, poi la guerra, le fratture e la separazione del 1948. Da una parte Adidas, dall’altra Puma. Un racconto che attraversa sport e cultura pop, dalle Puma King indossate da Pelé e Maradona alle silhouette che tornano ciclicamente come il vinile. È su questo archivio, più che sui numeri, che Anta scommette: acquistare memoria, identità e possibilità di reinvenzione, scrive Repubblica.
Il paradosso è che l’ingresso dei cinesi avviene mentre il settore riflette sulla fine di un’epoca. Bank of America, in un report che ha fatto discutere, sostiene che lo sneaker boom stia perdendo slancio dopo due decenni di crescita ininterrotta. Lo stesso clima che ha portato recentemente al declassamento di Adidas, con prospettive di crescita più contenute e una concorrenza sempre più affollata. Ora tocca ad Anta dimostrare che per Puma — e per i marchi con una lunga memoria — la corsa non è affatto finita, conclude Repubblica.
