Escl. Bellusci: «Il Palermo quest’anno è obbligato a vincere. In rosanero riportai i tifosi allo stadio»
«Il Palermo, secondo me, ha più pressione perché quest’anno è obbligato a vincere. Parliamo di una piazza che non ha bisogno di presentazioni. È giusto e speriamo tutti che torni in Serie A il prima possibile, perché Palermo merita palcoscenici diversi».
Queste alcune delle dichiarazioni rilasciate in esclusiva ai microfoni di Ilovepalermocalcio.com dal doppio ex di Palermo e Ascoli, Giuseppe Bellusci. Nel corso dell’intervista, l’ex difensore ha analizzato il momento delle due squadre, ricordando anche gli anni trascorsi in rosanero.
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Venerdì si affrontano Palermo e Ascoli, due piazze calde e viscerali a cui sei profondamente legato: che partita ti aspetti e chi vedi con più pressione addosso?
«Sicuramente l’Ascoli in questo momento è in uno stato di forma ottimale. È una piazza piena di entusiasmo, finalmente si è ricreata un’identità tecnico-tattica dopo anni di buio. C’è grande positività nell’ambiente, con un allenatore che sta facendo benissimo e una squadra che sta onorando giorno dopo giorno la gloriosa maglia bianconera. Il Palermo, secondo me, ha più pressione perché quest’anno è obbligato a vincere. Parliamo di una piazza che non ha bisogno di presentazioni. Speriamo tutti che torni in Serie A il prima possibile, perché Palermo merita palcoscenici diversi. Io ho vissuto in prima persona il tracollo del fallimento, ma a volte bisogna toccare il fondo per poi risalire e il Palermo è destinato a fare grandi cose con questa società. Però, se mi parli di pressione, sicuramente i rosanero ne hanno di più rispetto all’Ascoli».
A Palermo hai vissuto due stagioni intense, fatte di battaglie in campo: che rapporto è rimasto con quei colori e con i tifosi?
«Ho sempre detto che la Sicilia per me è la regione più bella d’Italia. Ho trascorso sette anni della mia vita: cinque anni a Catania e due anni a Palermo. Sono stati degli anni bellissimi, confermo che è la regione più bella d’Italia. Sono rimasto legato sia a Catania sia a Palermo. Tanta gente mi stima, ha visto che sono stato un professionista e, prima ancora, un uomo, con le sue emozioni, con i suoi punti di forza e con i suoi punti di debolezza. Ma sicuramente ho sempre onorato tutte le maglie che ho indossato, anche a volte sbagliando, ma cercando sempre di dare qualcosa in più di quello che avevo».
Ripensando alle partite giocate al Barbera tutto esaurito: quanto pesava sulle gambe di voi giocatori, sia in positivo sia in negativo?
«Personalmente io preferisco avere le pressioni. Sono stato il giocatore che sono stato, con il mio temperamento e il mio carisma. Amavo avere lo stadio incendiato, a me personalmente galvanizzava. Poi dipende dal tipo di personalità e dal carattere che un giocatore può avere. Nella mia carriera ho conosciuto giocatori che, come me, si galvanizzavano e giocatori che magari si intimorivano, ed era controproducente. Però penso che, per il bello del calcio, sia giusto che gli stadi siano pieni. Poi ci sono le categorie: se un giocatore va in pressione per uno stadio pieno o per i cori, non può giocare con quella maglia».
Qual è il ricordo più bello che ti è rimasto dentro dei colori rosanero e della piazza di Palermo?
«Sicuramente quando, dopo la partita in casa con il Foggia finita 0-0, dove c’erano 5.000-6.000 paganti, nella partita casalinga seguente c’era il sold out. Quella è una cosa che mi porterò fino alla tomba ed è stata un’emozione indescrivibile aver detto la verità. Purtroppo poi è successo quello che avevo annunciato, ma le persone e i tifosi non si rendevano conto della reale situazione che la società e soprattutto i giocatori e lo staff tecnico vivevano. Ho fatto una cosa forte e rischiosa per quanto mi riguarda, però questo sono io, nel bene e nel male. La cosa che mi inorgoglisce di più e che mi porto dietro è aver richiamato il popolo intero dietro la squadra».
Che ne pensi dell’ambiente che si è creato attorno al Catania e del peso che ha una piazza del genere in un campionato difficile come la Serie C?
«Sì, è un’altra piazza importante che non merita assolutamente la Serie C. Lì ho trascorso cinque anni bellissimi in Serie A, con il record di punti. Catania è una piazza che non merita assolutamente quello che sta vivendo ora, la categoria e le difficoltà del momento. Spero, per il bene della città e per il bene della Sicilia, che possa risorgere anche il Catania e che possa finalmente tornare dove conta».
Tu hai vissuto un’esperienza anche in Inghilterra, al Leeds: che differenze hai notato con il campionato italiano e cosa possiamo rubare al calcio inglese per migliorare il nostro movimento calcistico?
«Io penso che, per quanto riguarda i club, piano piano ci stiamo avvicinando. Si vede anche in Serie A che ci sono stati pochissimi 0-0, forse, se non erro, solo due. La differenza principale che c’era tra Italia e Inghilterra quando ci sono stato io era la frenesia del gioco, l’adrenalina, la dinamicità, le poche interruzioni dell’arbitro e, soprattutto, anche i pochi tempi morti negli allenamenti. In Inghilterra, in due anni, ho fatto pochissima tattica, se non zero. Facevamo possesso palla, partitelle, uno contro uno, duelli e quindi dovevi avere una grande prestanza fisica, una grande resistenza. Però sicuramente era un calcio più bello anche da vedere.
Credo che, fortunatamente per lo spettacolo, per i tifosi e per la gente, ci stiamo avvicinando sotto quel punto di vista: sulla dinamicità, sulle squadre che provano a imporsi e a dominare, per esempio il Frosinone e tante squadre in Serie A. Rispetto a quando giocavo io, oggi anche le squadre più piccole della Serie A provano a imporre il gioco. Non hanno paura, vanno in ultraoffensiva a prenderli alti, anche contro l’Inter o contro il Milan. Sicuramente oggi, vedendo la Serie A e la Serie B, noti che c’è stata un’evoluzione e, da spettatore, sicuramente non è noiosa come lo era prima, adesso è più vivace.
Inoltre, il regolamento è cambiato e gli arbitri fischiano molto meno. Da quel punto di vista ci stiamo avvicinando molto di più al calcio europeo, però da difensore ti dico che poi subire tanti gol è brutto. Trovare la giusta misura e la via di mezzo non è mai facile. Siamo sempre italiani e il nostro DNA era tutti dietro, difesa rocciosa e ripartenza. Il DNA culturale difficilmente si può cambiare e questo vale anche per la Nazionale. Ho visto gli ultimi risultati, purtroppo, di un sistema che non sta andando bene per il calcio italiano, non tanto per i club ma soprattutto per la Nazionale maggiore. Bisogna provare a prendere dei provvedimenti, al di là dell’aspetto tecnico-tattico, ma anche riguardo alle figure e ai ruoli che sono all’interno».
Hai da poco iniziato a giocare in Prima Categoria con la Vigor Castelfidardo: cosa spinge un calciatore come te, che ha anche giocato in Serie A, a iniziare questa nuova avventura?
«Io avevo smesso praticamente, avevo fatto un post sei mesi fa con l’addio al calcio. Poi non riuscivo a stare senza, mi mancava troppo lo spogliatoio, mi mancava l’odore dell’erba, i compagni, il sudore, il sacrificio. Poi ho preso il patentino UEFA B, sono abilitato ad allenare fino alla Serie D come primo allenatore. Ho trovato questa società che ha creduto fortemente in me, sia come giocatore per dare una mano, ma soprattutto come collaboratore e secondo allenatore.
Nei dilettanti si può avere il doppio ruolo di giocatore e tecnico, quindi mi sono buttato anche in questa esperienza, sperando di dare una mano sia ai giocatori sia alla società, per cercare di alzare un po’ il livello e l’asticella di tutti. Avendo fatto gli ultimi anni nel dilettantismo, c’è una frase che ho detto sempre alle squadre dove sono stato: “Non significa che, se siamo nei dilettanti, bisogna essere dilettanti”. Anche nei dilettanti si possono fare le cose fatte bene».
Hai da poco preso il patentino per allenare. Nella tua carriera hai avuto tantissimi tecnici: c’è un allenatore a cui ti ispiri o che ti ha dato di più calcisticamente e caratterialmente parlando?
«Nel settore giovanile ho avuto anche un ex giocatore rosanero, Massimiliano Favo. Ho avuto la fortuna di averlo come istruttore e insegnante di calcio e di vita nel settore giovanile ad Ascoli. È un allenatore che porto nel mio cuore e che ricordo con affetto.
Poi c’è Marco Giampaolo, perché mi ha aiutato nella crescita da difensore e nella gestione della linea difensiva con una certa metodologia. Lui, da quel punto di vista, è un maestro. Ho avuto la fortuna di averlo ad Ascoli e a Catania. Purtroppo, nell’ultimo periodo è un po’ sfortunato, però è un allenatore di cui tutti quelli che l’hanno avuto dicono che è un fenomeno.
Ho avuto anche Fabrizio Castori ad Ascoli. Non lo conoscevo in prima persona, né umanamente né a livello tecnico-tattico, ma è stata una bellissima sorpresa, perché su determinati tipi di situazioni calcistiche, soprattutto per la fase di non possesso, anche lui è un insegnante. Ha una metodologia diversa rispetto a Giampaolo, però è forse uno degli allenatori italiani più vincenti. Ho avuto la fortuna di conoscerlo sia come allenatore sia, soprattutto, come uomo, perché un uomo così in questo sistema è difficile trovarlo. Quindi sono legato molto anche a lui. Diciamo che Favo, Giampaolo e Castori sono i miei tre punti di riferimento».
Guardando al futuro, qual è il sogno o l’obiettivo principale che ti porti dentro?
«Sta tornando la fame. Ho avuto difficoltà economiche e di vita, ho attraversato un periodo bruttissimo, adesso finalmente ne sono uscito. Ho lavorato su me stesso, quindi adesso sto meglio. Mi sta tornando la fame di quel bambino che doveva arrivare per forza. Era una questione di vita o di morte per fare il giocatore e quel bambino ce l’ha fatta. Oggi ho quella fame, mi è tornata quella fame. Però l’età e le condizioni fisiche non possono essere quelle di un giocatore, ma sto cercando di canalizzare tutto per diventare un allenatore forte».
