Viviano senza maschere: «Ho parlato troppo, nel calcio italiano paghi tutto»

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Viviano fonte LaPresse - Ilovepalermocalcio.com

Lo stato di WhatsApp come riflesso dell’anima. Emiliano Viviano oggi sceglie il simbolo dell’infinito e un pesce palla, lontanissimo dagli slogan rabbiosi di un tempo. «Gonfio come sono io, di amore per la mia compagna», spiega l’ex portiere, raccontando una trasformazione personale che va di pari passo con quella professionale, come emerge dall’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport.

Viviano non si assolve. «Da calciatore tenevo viva la fiamma con la rabbia. Oggi sono più sereno: ho capito che la diplomazia zero dalla ragione ti porta al torto». Una consapevolezza maturata tardi e che, ammette, ha inciso sul suo percorso: «Io ho fatto delle cazzate, però c’è chi è stato fuori rosa in sei squadre diverse e ne ha sempre trovata un’altra. Viviano era quello che litigava e parlava troppo». In un sistema che, come sottolinea alla Gazzetta dello Sport, «è un grande condominio: le voci si moltiplicano e ti stroncano».

Il rapporto umano con alcuni allenatori resta uno dei punti più luminosi. «Con Cosmi, Zenga e Mihajlovic non serviva nemmeno parlare. Io e Sinisa abbiamo litigato anche forte, ma durava trenta secondi: per lui avrei fatto qualsiasi cosa». Più spigoloso il rapporto con arbitri e istituzioni: «Con i più duri andavo benissimo. Per un “fai schifo” ho preso un rosso diretto, con Pairetto ho esagerato da bestia e lui ha fatto finta di niente». Episodi che raccontano un carattere mai addomesticato, come emerge ancora dalle colonne della Gazzetta dello Sport.

Tra i rimpianti più profondi c’è la Nazionale. «C’era Buffon, di più era impossibile. Ma non andare all’Europeo 2012 fu una coltellata». Viviano entra nel dettaglio e Palermo resta un passaggio chiave: «Io del Palermo, Sirigu del Psg, De Sanctis del Napoli: era più semplice lasciare a casa me. Fu una decisione politica, e ovviamente a Prandelli lo dissi». Parole che restituiscono il peso di una scelta mai digerita.

Anche l’Inter resta una ferita aperta. «Il mio unico vero rimpianto. Julio Cesar era all’ultimo anno, ma feci di tutto per andarmene: una delle cazzate fatte di pancia». Come quella notte in Premier, diventata quasi leggenda: «Avevo bevuto mezza bottiglia di vodka. In panchina ebbi quasi un attacco di panico: mi dicevo “Se devo entrare, ho chiuso la carriera”».

Errori, eccessi, rimorsi. Ma anche lucidità e autocritica. «Oggi certe cose non le sopporterei più», ammette, lasciando aperta solo una porta sul futuro. Un racconto crudo e autentico, consegnato senza filtri alla Gazzetta dello Sport, che restituisce l’immagine di un calciatore mai banale, nel bene e nel male.

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