Gazzetta dello Sport: “Arbitri, il professionismo divide: stipendi, VAR e indipendenza, il sistema sotto esame”

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Il tema del professionismo arbitrale torna prepotentemente al centro del dibattito calcistico italiano. A riaccendere la discussione sono state le parole di Luciano Spalletti, ma il tema affonda radici profonde e riguarda struttura, compensi, indipendenza e ruolo degli arbitri nel calcio moderno. A fare il punto è Matteo Dalla Vite sulle colonne della Gazzetta dello Sport, ricostruendo numeri, scenari e prospettive di una riforma che, per ora, resta sospesa.

Oggi un arbitro internazionale, con circa una ventina di direzioni stagionali, percepisce uno stipendio che si aggira tra i 160 e i 170 mila euro lordi annui. Una cifra che non è fissa, ma strettamente legata all’impiego: si guadagna solo se si arbitra o si opera al VAR. In assenza di designazioni, il compenso non cresce. Come spiega la Gazzetta dello Sport, il professionismo cambierebbe radicalmente il quadro: contratto fisso, Tfr, una retribuzione più omogenea per i migliori e una struttura simile a quella di un club di Serie A, con attenzione costante a preparazione atletica e tecnica.

Nel recente passato si era parlato anche della creazione di un Gruppo Elite arbitrale, gestito congiuntamente da FIGC e Leghe di Serie A e B. Un’ipotesi che, sottolinea ancora Matteo Dalla Vite sulla Gazzetta dello Sport, negli ultimi tempi è uscita dai radar, pur restando una possibile opzione futura con autonomia organizzativa.

A riaprire il confronto sono state le parole di Spalletti: «In campo ci sono 22 professionisti e un precario. L’arbitro non è un professionista, va a casa e non sa se l’anno prossimo arbitrerà ancora. Non va bene». Una riflessione che ha riportato l’attenzione anche sui compensi attuali.

Secondo i dati riportati dalla Gazzetta dello Sport, dirigere una partita di Serie A vale 4.000 euro lordi, mentre in Serie B il compenso scende a 2.000. Il VAR in A garantisce 1.700 euro a gara (800 in B), il quarto uomo 500 euro in A e 200 in B. Gli assistenti percepiscono 1.400 euro in Serie A e 600 in Serie B, mentre l’AVAR guadagna 800 euro in A e 400 in B. A questi importi si aggiunge una quota fissa annuale: 30.000 euro per chi ha meno di 50 presenze, 60.000 per chi ne ha più di 50 e 90.000 per gli arbitri internazionali.

A livello europeo, i compensi aumentano sensibilmente. Sempre secondo la Gazzetta dello Sport, dirigere una gara di Champions League garantisce dai 6.000 euro dei sedicesimi ai 7.500 di quarti e semifinali, fino ai 10.000 euro lordi per una finale. Gli assistenti ricevono 3.000 euro, mentre il VAR arriva a 4.000. Nel calcio femminile, la finale di Champions vale 5.000 euro.

Sul tema è intervenuta anche l’Associazione Italiana Arbitri. In una lettera firmata dal vicepresidente vicario Francesco Massini, l’AIA ha chiarito la propria posizione: l’associazione non è contraria al professionismo, ma ritiene fondamentale preservare l’autorevolezza e l’indipendenza dell’arbitro, evitando che la funzione venga subordinata alla pressione degli strumenti tecnologici. Un concetto ribadito anche nel dialogo con FIGC e Leghe, come ricorda Matteo Dalla Vite sulla Gazzetta dello Sport.

Favorevole al professionismo anche l’amministratore delegato del Bologna, Claudio Fenucci, che però apre a un’ulteriore riflessione: «Può aiutare la classe arbitrale, ma il VAR a volte sembra una moviola. Si potrebbe pensare anche al VAR a chiamata».

Il dibattito resta aperto. Il professionismo arbitrale, conclude la Gazzetta dello Sport, appare come un capitolo nuovo solo sulla carta: per diventare realtà serviranno scelte strutturali, politiche e culturali che il calcio italiano, finora, non ha ancora avuto il coraggio di affrontare fino in fondo.

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