Rino Foschi, il mercato come destino: «Palermo resta la mia storia»
Cinque promozioni, un numero incalcolabile di miliardi di lire e milioni di euro fatti guadagnare alle società per cui ha lavorato. Rino Foschi è stato uno dei dirigenti più influenti del calcio italiano. Un “re del mercato”, definizione che trova riscontro nella lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, in cui il dirigente romagnolo ripercorre una carriera iniziata da lontano, costruita tra osservazioni silenziose, scelte controcorrente e una conoscenza profonda degli uomini prima ancora che dei calciatori.
Nato a Forlì e cresciuto a Cesena, Foschi racconta alla Gazzetta dello Sport di essere entrato nel calcio quasi per caso, passando dal settore giovanile del Cesena ai corridoi dirigenziali grazie all’incontro con Dino Manuzzi e alla fiducia di Luciano Manuzzi. Il corso a Coverciano, con Italo Allodi docente, lo introduce definitivamente nel mondo dei grandi dirigenti. Napoli, Trento, Verona e Torino segnano le tappe di un percorso fatto di colpi diventati storia: Francesco Romano, Beppe Signori, il consiglio su Marcello Lippi, la costruzione di uno scouting moderno all’Hellas. Un calcio vissuto con metodo e ossessione per i dettagli, come emerge chiaramente dall’intervista alla Gazzetta dello Sport.
Ma è Palermo il centro emotivo e professionale del racconto di Foschi. Ed è qui che il testo resta integralmente quello dell’intervista, senza alcuna modifica.
«Un dato mi rende orgoglioso. Nell’Italia campione del mondo 2006, allenata da Lippi, c’erano cinque giocatori presi da me al Palermo. Toni, Grosso, Barzagli, Barone e Zaccardo. E a questa cinquina aggiungo Gilardino, Oddo e Camoranesi, altri tre campioni del mondo del 2006, con me all’Hellas».
«Eravamo su Pato, ma il brasiliano costava 20 milioni di euro. Cavani soltanto tre, però su di lui “volteggiava” Sartori del Chievo. Dovevamo fare in fretta. Feci atterrare Cavani a Roma e lo spostai in un hotel a Milano. Lo rinchiusi lì per due giorni, gli dissi che non l’avrei lasciato andare finché non avesse firmato. Un sequestro di persona. Cavani firmò».
«Mi avrà licenziato sette-otto volte, ma in genere mi richiamava dopo due-tre ore: “Dai, torna qui”».
«Amauri? Lo diedi alla Juve per 14 milioni in contanti più Nocerino e Lanzafame. Al “pres” ho fatto fare delle belle plusvalenze. Barzagli al Wolfsburg per 15 milioni, e già che c’ero ai tedeschi diedi pure Zaccardo per 7. E poi Cavani al Napoli per 17 milioni, Grosso all’Inter per 7… Anche Rinaudo al Napoli per 7 milioni mi diede soddisfazione».
«Dybala? Lo prese Zamparini, il presidente ne capiva. Io lo vendetti alla Juve di Marotta e Paratici per 35 milioni».
«Zamparini era capace di grandi slanci.
Un giorno vado a Vergiate, negli uffici della società del presidente, vicino a Malpensa. Mi fa: “Rino, ho mal di denti, accompagnami dal dentista. Ecco qua le chiavi della macchina. La sai guidare?”. Era una Bmw potente e bellissima, da 140mila euro. Gli risposi: “Ma presidente, secondo lei non so guidare. Su…”. Andiamo, torniamo e mi dice: “Sai che guidi proprio bene”. E io: “Pres, ma vaff…”. A Malpensa salgo sull’aereo per Palermo e il giorno dopo mi telefona la segretaria di Zamparini: “Signor Foschi, ci fornisca i suoi dati, il presidente ha deciso di regalarle la Bmw”. Questo era Zamparini».
«Testa di capretto? Non ne vorrei parlare. Un fatto bruttissimo, però isolato. Palermo è una città meravigliosa, ma c’è povertà. Io aiutavo, regalavo biglietti e altre cose, forse ero un po’ troppo brillante e avrò sbagliato qualcosa. Non c’è stato seguito, è finita lì. Non riducete la mia carriera alla testa di capretto, non è giusto».
«Eravamo in trasferta a Siena, due giorni prima di Natale. Avevo la macchina, finita la partita sarei andato a Cesena per le feste. Caricai alcuni regali arrivati da Palermo e la sera li misi sotto l’albero. La mattina mi svegliò un urlo belluino di mia moglie: aveva sentito della puzza provenire da un pacco, l’aveva aperto e ci aveva trovato la testa di capretto, con un biglietto che diceva “Foschi non fare il sordo”. Allora io presi questa scatola e la buttai nel primo cassonetto disponibile, e mi feci una passeggiata per smorzare la tensione. Nel frattempo, Zamparini telefonò a casa per gli auguri, mia moglie rispose e gli raccontò tutto. Zamparini avvisò il suo amico Pietro Grasso. Grasso avvertì chi di dovere in Romagna e io mi ritrovai circondato dalle Volanti della Polizia. Una cosa seria, però niente può scalfire l’amore che ho per Palermo».
«Zamparini finì dentro un’inchiesta, lo volevano arrestare, lo misero ai domiciliari, ma la botta vera gliela diede la vita, con la morte dell’amatissimo figlio Armandino. Mi telefonò: “Rino, voglio morire anch’io”. Il giorno in cui mancò, sua figlia Silvana mi chiamò: “Papà vuole soltanto te alla camera mortuaria”. Andai. Mi disse di parlargli come se fosse vivo. Con Zamparini litigavamo, ma ci volevamo bene. Anche da morto mi ha colpito al cuore».
Oggi Foschi vive a Cesena, segue il calcio, resta in contatto con dirigenti e allenatori. Alla Gazzetta dello Sport chiude come ha sempre fatto: senza svelare nulla.
«I colpi devono restare coperti».
Così ha vissuto il mercato. E così continuerà a guardarlo.
