Pastore: «Palermo nel cuore, con Inzaghi può salire. E io ad aprile torno»

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Metti un pallone, un campetto e la voglia di giocare: è da qui che nasce tutto. Alessandro Grandesso, sulla Gazzetta dello Sport, racconta l’iniziativa Fifa Arena, che sta portando il calcio nei luoghi più diversi del mondo, dalla Place de la Concorde alle periferie più difficili. Ed è proprio in questo contesto che Alessandro Grandesso, sulla Gazzetta dello Sport, incontra Javier Pastore, ex talento rosanero e oggi ambasciatore del progetto.

«Certamente il mio marchio di fabbrica», racconta Pastore alla Gazzetta dello Sport parlando del suo celebre tunnel, come riportato da Alessandro Grandesso sulla Gazzetta dello Sport. «Dal giorno in cui ho smesso — continua —, gioco solo per il piacere personale. E se ci sono bambini intorno è sempre meglio. Quando torno in Argentina, gioco con i nipoti e mi diverto tantissimo».


L’argentino ripercorre le origini della sua passione: «Ho iniziato per strada, a Cordoba, la mia città, nel mio quartiere. Andavo a scuola, ma ogni ricreazione si trasformava in una finale. Finita la giornata di scuola andavo ad allenarmi due o tre ore con la squadra di quartiere. E appena tornavo a casa, posavo il borsone e scappavo fuori per giocare con gli amici per strada, finché mia mamma non mi chiamava dentro per cenare. Tutta la mia infanzia è stata così, fino ai quindici, sedici anni».

Un percorso che ha formato il suo talento: «Noi giocavamo ovunque, in casa, in garage, per strada, sull’asfalto, sul cemento, oppure nei campetti di terra e fango. Ed è così che sviluppi il talento, perché impari le astuzie e a gestire la palla che rimbalza in modo diverso a seconda del tipo di terreno. Altre volte si giocava utilizzando i muri come un compagno di squadra. Sono tutte cose che impari solo a quell’età. Nessuno te le insegna in un centro di formazione. E tanto meno quando arrivi in qualche squadra professionistica».

Un modo di giocare che Pastore ha portato anche ai massimi livelli: «Tante volte mi sono detto, in un’azione, dopo un gol o un passaggio: questo l’ho imparato per strada da ragazzo. Da quando ho dato i primi calci al pallone a cinque anni fino agli ultimi anni da professionista, sono sempre stato uno che immaginava il gioco, il gesto particolare. Da bambino lo sperimentavo con gli amici per strada e alla fine lo utilizzavo in campo. Inventare il gesto è una mia caratteristica».

E sul gesto tecnico preferito non ha dubbi: «Beh, il tunnel, credo. Ne ho fatti tanti in carriera». Così come è nata per strada anche la sua identità: «Per strada. In Argentina tutti hanno un soprannome, nessuno si chiama per nome. Io sono sempre stato magrolino e così sono diventato El Flaco che mi piace pure, ed è rimasto».

Guardando al calcio di oggi, Pastore indica i talenti che lo affascinano: «Mbappé, Dembélé, Lamine Yamal che appartengono a quella categoria di giocatori che possono fare cose straordinarie, ognuno con il suo stile. Ma in generale penso che oggi sia più piacevole guardare una squadra che gioca bene che un giocatore singolo. Come il Psg, per esempio».

Poi il passaggio alla Serie A e al Palermo, esperienza che resta centrale nella sua carriera. Alessandro Grandesso, sulla Gazzetta dello Sport, riporta anche il pensiero critico dell’argentino sul calcio italiano: «In tal senso c’è una grande responsabilità delle società calcistiche italiane che dovrebbero dare molto più spazio ai giovani, senza aspettare che abbiano compiuto 23-24 anni per farli giocare. Ricordo che quando arrivai a Palermo c’erano giocatori di quell’età che non giocavano perché i dirigenti dicevano che dovevano crescere. Io a 19 già giocavo. Se non cambia questa mentalità, è impossibile che i giovani maturino forza e fiducia in loro stessi, necessarie per sentirsi pronti. Poi diventa troppo tardi per acquisirle».

Un ritardo che può pesare anche sulla Nazionale: «C’è una differenza enorme di qualità tecnica e personalità tra l’Italia di una ventina di anni fa e quella di oggi, a parte tre o quattro giocatori».

Infine, il legame con Palermo resta fortissimo: «Sempre, e a metà aprile ci vado. Mi hanno invitato, e stanno facendo un gran lavoro. La Serie B è dura, ma spero che riescano a qualificarsi almeno per i playoff. Hanno una squadra e un allenatore giusto come Inzaghi per salire».

E il ricordo più bello è indelebile: «Ne ho tantissimi, a Palermo ho fatto due anni bellissimi. Ma più di tutti ricordo la finale di Coppa Italia del 2011. All’Olimpico c’erano 50mila tifosi palermitani e fu qualcosa di indimenticabile».

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