A vent’anni da Calciopoli, Luciano Moggi torna a parlare della vicenda che ha segnato il calcio italiano. L’ex direttore generale della Juventus, radiato dopo lo scandalo del 2006, ha rilasciato una lunga intervista a La Nazione, ribadendo la propria versione dei fatti e sostenendo che sulla vicenda ci siano ancora «verità non dette».
Moggi ha innanzitutto respinto le accuse rivolte alla Juventus.
«La Juve faceva paura a tutti per quanto era forte, ma non c’è traccia di reati del club in Calciopoli. Mai abbiamo chiesto di vincere una gara, altri lo hanno fatto. Prevenuti? Tanto. Tanto. Il mio avvocato disse: l’indagato è meglio sceglierlo che cercarlo. Loro lo scelsero».
L’ex dirigente bianconero ha poi parlato di episodi che, a suo dire, sarebbero stati ignorati durante le indagini.
«Sono quelle nascoste da chi doveva indagare. Quando fu squalificato Ibrahimovic per tre giornate nel 2005, avrebbe dovuto saltare Milan-Juventus. Facemmo ricorso per la terza gara, il Milan sapeva già tutto. Meani chiamò il designatore Bergamo che gli rispose: “Tranquillo, troveranno la porta chiusa”. E così fu».
Moggi ha quindi aggiunto:
«Altra verità non detta: il 30 aprile 2005, prima di Fiorentina-Milan, l’arbitro De Santis ricevette la telefonata di Meani che gli disse di non ammonire Nesta, perché i rossoneri erano in lotta con noi per lo scudetto. E infatti non ci furono cartellini gialli».
L’ex dirigente ha anche ricordato un episodio che riguardò il Palermo.
«Quando ci furono queste telefonate dov’erano gli intercettatori? Invece io mi lamentai con Bergamo per una partita persa a Palermo su rigore e si cominciò a parlare delle “griglie” di Moggi».
Infine, rispondendo alla domanda sull’eventuale presenza di un mandante dietro l’inchiesta, Moggi ha dichiarato:
«Non ero molto simpatico alla Roma e Baldini era molto amico dell’investigatore Auricchio. Quella inchiesta faceva comodo ai rivali per far fuori la Juventus. Paparesta chiuso nello spogliatoio? Andrebbe chiuso chi sparse quella voce, era solo gossip. Le schede svizzere agli arbitri? Quando cercai di prendere Stankovic l’Inter me lo soffiò ed ebbi la sensazione che qualcuno mi seguisse. Volevo difendermi con queste schede, non avevo bisogno delle sim per vincere. Con gli arbitri parlavano tutti».