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Corriere dello Sport: “Schillaci, il romanzo di una vita. De Rosa: «Trasformava fragilità, insicurezza e rabbia in agonismo»”

Totò Schillaci non è stato soltanto un calciatore, ma il protagonista di una storia che sembra scritta per diventare un romanzo. Dal quartiere Cep di Palermo alle notti di Italia ’90, passando per Messina, Juventus e Nazionale, la sua è stata una scalata costruita attraverso i gol, la fame e quella capacità di sovvertire continuamente il destino che adesso Corrado De Rosa racconta in “Totò Schillaci. Non ero previsto”, edito da 66thand2nd.

Come racconta Valeria Ancione sul Corriere dello Sport, non si tratta di una semplice biografia. Schillaci è stato un “romanzo vivente”, un personaggio capace di scrivere le pagine della propria storia mentre milioni di persone le vivevano insieme a lui.


Dal Cep a Messina, poi la Juventus e l’Italia

I siciliani furono i primi a innamorarsi di Totò. Prima ancora che diventasse l’eroe di un’intera nazione, Schillaci aveva cominciato a costruire il proprio mito attraverso i gol realizzati con il Messina.

Un ruolo fondamentale lo ebbe il professor Scoglio, che dal suo attaccante pretendeva soprattutto una cosa: segnare. Schillaci rispose a modo suo, con una raffica di reti che lo portarono dal quartiere Cep di Palermo fino alla Serie A.

Poi arrivò il trasferimento a Torino, alla Juventus. Da lì la Nazionale e infine l’esplosione definitiva durante le Notti Magiche di Italia ’90, quando Schillaci smise di appartenere soltanto alla Sicilia e diventò uno dei simboli calcistici dell’intero Paese.

A due anni dalla scomparsa, avvenuta il 18 settembre 2024 a causa di un cancro e a pochi mesi dal sessantesimo compleanno, il libro prova a restituire soprattutto l’uomo nascosto dietro il personaggio.

De Rosa: «Anche famoso resta il ragazzo del Cep»

Come scrive Valeria Ancione sul Corriere dello Sport, Corrado De Rosa, psichiatra, saggista e appassionato di calcio, costruisce un romanzo poetico e commovente, cercando di andare oltre qualsiasi giudizio sulla figura di Schillaci.

Rimangono i gol, le espressioni diventate iconiche e una personalità ricca di contraddizioni. De Rosa individua proprio nelle origini una delle chiavi per comprenderlo:

«Anche famoso resta il ragazzo del Cep che deve conquistarsi il diritto di esserci. Sembra che giochi per sopravvivere: trasforma la fragilità in movimento, l’insicurezza e la rabbia in agonismo».

Da qui nasce anche il significato del titolo scelto per il libro:

«“Non ero previsto” significa che ogni volta che la vita sembra aver deciso chi debba essere, Schillaci diventa qualcos’altro».

Una definizione che racchiude un percorso nel quale il talento si è continuamente intrecciato con la necessità di conquistarsi uno spazio.

Schillaci e Vialli, così diversi e così vicini

Nel racconto entra inevitabilmente anche la malattia. E il destino di Schillaci viene accostato a quello di Gianluca Vialli, due uomini profondamente differenti ma avvicinati dalla vulnerabilità mostrata nell’ultima parte della loro vita.

«Sono agli antipodi. Vialli è aristocratico, elegante, ordinato. Schillaci è istinto, fame, disordine: segna con qualsiasi parte del corpo».

Poi il punto d’incontro:

«Eppure nella malattia si assomigliano: entrambi mostrano la vulnerabilità, senza trasformarla in spettacolo. E insegnano il coraggio della dignità quando si scopre di non essere invincibili».

Secondo quanto evidenzia Valeria Ancione sul Corriere dello Sport, è uno dei passaggi attraverso i quali il libro restituisce la dimensione più umana del protagonista, senza limitarsi alla carriera e ai momenti che lo hanno trasformato in un’icona popolare.

Italia ’90, la gloria dentro una sconfitta

E poi c’è inevitabilmente il Mondiale del 1990. Il torneo che consegnò Schillaci alla storia del calcio italiano e, allo stesso tempo, lasciò qualcosa di incompiuto.

Totò vinse la classifica dei cannonieri, mentre l’Italia non riuscì a conquistare il Mondiale. Un paradosso sul quale De Rosa costruisce un’altra riflessione:

«Vive il punto più alto della carriera dentro una sconfitta. Resta in lui qualcosa di incompiuto nella massima gloria».

Per l’autore è proprio questa contraddizione a rendere ancora più potente la storia di Schillaci:

«La vittoria costruisce il mito, la sconfitta rivela i limiti, i rimpianti, i “se”. La vittoria chiude una storia, la sconfitta la lascia aperta».

Come conclude Valeria Ancione sul Corriere dello Sport, “Totò Schillaci. Non ero previsto” cerca così di restituire l’uomo dietro i gol e quegli occhi diventati indimenticabili. La storia di un ragazzo partito dal Cep che, quando sembrava che la vita avesse già stabilito quale sarebbe stato il suo posto, riusciva puntualmente a diventare qualcos’altro.

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Redazione Ilovepalermocalcio