Fisico imponente, tecnica sopraffina, capacità di difendere palla come pochi numeri 10 della sua generazione. Lamberto Zauli è stato un prototipo atipico nel panorama italiano, accostato persino a Zidane. In una lunga intervista firmata da Sebastiano Vernazza per la Gazzetta dello Sport, l’ex trequartista ripercorre carriera, aneddoti e rimpianti.
Come racconta Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello Sport, tutto parte da un dettaglio anagrafico sbagliato: «Ma io sono nato il 17 luglio. È un errore commesso alla stesura della mia prima carta d’identità, quando avevo 16 anni. L’impiegato scrisse questo 19 che poi si è tramandato».
Romano di nascita, cresciuto a Grosseto, figlio di un medico anestesista con un passato da trequartista, Zauli ricorda: «Papà ha giocato nel Grosseto in C, trequartista come me. Siamo romanisti. Mi portavano all’Olimpico a vedere la Roma di Liedholm, dello scudetto 1983, e sognavo di diventare Falcao o Bruno Conti».
Nell’intervista concessa a Sebastiano Vernazza della Gazzetta dello Sport, Zauli chiarisce anche la questione soprannomi. Sul “Principe”: «Me lo affibbiarono i compagni di squadra al Vicenza, perché non mi sporcavo le mani con le cose pratiche. Se c’era da organizzare una cena, io mi presentavo per mangiare e basta».
Sul paragone con Zidane: «Non è esatto. A Vicenza mi chiamavano lo Zidane del Triveneto. A Palermo, il presidente Zamparini mi presentò come lo Zidane della Serie B. Parliamo del nulla. Zidane è stato unico».
E ancora: «Anatrone? Lo creò Renzo Ulivieri, al Modena. Ero in Primavera, lungo e magro, ogni tanto mi allenavo con la prima squadra e il mister urlava: “Date la palla all’Anatrone perché la sa difendere!”. A me piaceva avere il pallone, lo volevo anche se ero marcato, usavo il corpo, non perdevo il controllo».
«Zaulì, con l’accento sulla i? Questo sì, è nato da un titolo di giornale. Richiamava Platini, francese come Zidane. Esagerazioni».
Il tecnico che più lo ha segnato è stato Guidolin. Come evidenzia Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello Sport, Zauli non ha dubbi: «Gli devo tanto. Parlavamo poco, ma ci capivamo. Al Ravenna facevo l’ala perché correvo ancora. A Vicenza mi spostò dietro Pasquale Luiso, nel 4-2-3-1 in cui c’era un giovane Ambrosini come centrocampista. “Ambro” a 20 anni aveva la maturità di un trentenne».
Indimenticabile il debutto a San Siro: «Sì, feci un tunnel ad André Cruz. Pensavo e penso che la gente vada allo stadio per vedere dei colpi di fantasia. Così ci provavo».
E poi la Coppa delle Coppe contro il Chelsea: «Su un lancio di Viviani presi tutti in controtempo con un controllo acrobatico. La palla mi andò un po’ via sulla destra, la tenni viva, me la spostai sul sinistro e la infilai nell’angolo con il mio piede sbagliato. A Londra andammo in vantaggio con un gol di Luiso su assist mio. Poi ci annullarono un gol per un fuorigioco inesistente, oggi via Var verrebbe convalidato. Perdemmo 3-1. Era il Chelsea di Vialli e Zola».
Su Guidolin, un ricordo particolare: «Ci mostrava video motivazionali pazzeschi. Si presentava in spogliatoio vestito con la mimetica da soldato, per spingerci a combattere».
E su Zamparini a Palermo: «Voleva la Serie A, fece un mercato strepitoso. All’inizio la stampa criticava. Un giorno entrò in spogliatoio e tutti ci alzammo in piedi come a scuola. Pensavamo a tuoni e fulmini. Invece si schierò con noi, ci difese, e svoltammo. Promossi in A. In quella squadra c’erano Zaccardo, Grosso, Barone, Toni e Barzagli. Solo io non sono andato al Mondiale 2006».
Sulla Nazionale: «Nel 2002 mi era arrivata voce che Trapattoni volesse convocarmi, poi portò Doni. In quella stagione aveva segnato di più».
Il rimpianto Inter: «Alla fine di un Vicenza-Juventus, Lippi mi disse: “Ho saputo che vai all’Inter. Bravo”. Poi all’Inter non sono andato e non so neppure perché. Si vede che doveva finire così».
Infine il capitolo allenatore e l’addio alla Juventus. Come riporta Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello Sport, Zauli ammette: «Perché mi ha chiamato il Südtirol per la Serie B e ho accettato per ambizione, nonostante Manna e Cherubini mi chiedessero di rimanere. Sognavo la scalata, ma al Südtirol è finita prima di cominciare. Con il senno di poi ho sbagliato. Anzi, sono stato un pazzo. Non si lascia la Juve».