Dopo le esperienze vissute sulle panchine e nelle dirigenze di Pordenone e Juve Stabia, per uno dei direttori sportivi più giovani del panorama calcistico italiano inizia un nuovo capitolo. Matteo Lovisa, da poco insediatosi come nuovo direttore sportivo del Südtirol, ha tracciato un bilancio del suo percorso e illustrato le ambizioni per la nuova avventura ai microfoni di Cronache di Spogliatoio.
Nel corso dell’intervista, il giovane dirigente si è soffermato sulle difficoltà che un profilo giovanile incontra nel panorama lavorativo e sportivo italiano:
«L’Italia non è un Paese per giovani, è difficile a volte riuscire a emergere. È normale che servano qualità sia umane che tecniche, però a volte si fa fatica. Vedo tanti miei coetanei bravi che aspettano di avere un’occasione, ma a me sinceramente è sempre interessato poco: contano le competenze, come lavori e cercare di farlo con umiltà e grande passione. Poi è normale che non si possa stare simpatici a tutti».
Ripercorrendo poi i suoi esordi e il cammino professionale intrapreso un decennio fa:
«Questo è il mio sesto anno in Serie B e sono contento. Non lo vedo come un punto d’arrivo, ma come un punto di partenza, e lo dico con la massima umiltà. Il mio percorso è iniziato a casa perché ho avuto questa possibilità tramite mio padre e lo ringrazierò sempre. Ho iniziato a vent’anni, circa dieci anni fa».
Lovisa ha poi spiegato le motivazioni che lo hanno spinto ad accettare la proposta del club altoatesino e la visione di lavoro che intende portare avanti:
«Il calcio cambia sempre, c’è un aggiornamento continuo e cerco di circondarmi di collaboratori che mi creino opinioni. So bene che quando si è giovani tutti aspettano magari il passo falso. Sono pronto a lavorare ogni giorno per cercare di fare il meglio per il club in cui lavoro, perché penso che ogni singolo centesimo percepito vada sudato».
«Il Sudtirol? Mi sentivo di fare un ulteriore step in categoria. A me piace fare il passo più lungo della gamba e quindi ho cercato un club che avesse la mia stessa ambizione, ma che allo stesso tempo fosse solido. In questa categoria il lavoro del direttore sportivo è complicato ed è importante trovare una società che ti permetta di lavorare. Cerchiamo di fare un calcio moderno che faccia anche divertire i tifosi».
In conclusione, il direttore sportivo si è espresso sul rapporto quotidiano con la squadra e sui criteri adottati nell’attività di reclutamento dei calciatori:
«È normale che il direttore abbia in mano lo spogliatoio e questo è molto importante, perché si percepiscono gli umori giorno per giorno. Mi piacciono molto gli allenamenti perché cerco di capire ciò di cui hanno bisogno la squadra e l’allenatore. D’estate abbiamo tutti delle idee che poi non sono quasi mai quelle che restituisce il campo».
«Per quanto riguarda lo scouting, guardiamo molti video e molte partite dal vivo. I dati possono aiutare, ma non sono la parte preponderante del nostro lavoro. Ho la fortuna di avere molti ragazzi giovani che lavorano con me e che hanno voglia di crescere. Abbiamo tre ragazzi dedicati allo scouting e un mio collaboratore sempre a contatto con il mister e con la squadra. I calciatori non sono macchine, sono persone: hanno sentimenti e possono avere anche problematiche, a volte extracampo».