PALERMO

Miccoli si racconta: «Maradona come Gesù. Moggi? Mi trattò male, poi chiedeva di me in carcere»

Un racconto a cuore aperto, tra calcio, errori e idolatria. Fabrizio Miccoli, ex capitano del Palermo, si è raccontato in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, ripercorrendo i momenti più intensi della sua carriera e della sua vita, in occasione dell’uscita della sua autobiografia «Gloria e peccato di un campione».

Nel dialogo con la Gazzetta dello Sport, Miccoli parte dal suo idolo assoluto, Diego Armando Maradona: «La prima volta che vidi Diego… Come se avessi visto Gesù Cristo. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i gol. Volevo essere come lui». Un modello non solo tecnico, ma anche umano, tanto da segnare profondamente il suo percorso.


Come racconta la Gazzetta dello Sport, il legame con Maradona è rimasto fortissimo anche dopo la sua scomparsa: «Ero in macchina, quando ho saputo della sua morte. Accostai, restai fermo e muto per dieci minuti. In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro. Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo».

Nel corso dell’intervista alla Gazzetta dello Sport, Miccoli ripercorre anche gli inizi della sua carriera, tra sogni e difficoltà.

Cominciamo da San Donato, il suo paese in provincia di Lecce.
«Da qui sono venuti fuori vari calciatori, per esempio Pasquale Bruno e Domenico Progna».

A 12 anni, il Milan.
«Mi ritrovai in collegio a Lodi, assieme a tanti ragazzi che avrebbero fatto strada: Coco, Maresca, Daino, Corrent. Soffrivo e non resistetti, alla fine della seconda stagione ritornai a casa. Pensai che mi avrebbe preso il Lecce, ma loro mi gelarono: “Non è che qua sarai titolare perché sei stato al Milan”. Firmai per il Casarano. Debuttai in Serie C, segnavo. Passai alla Ternana. Poi la Juve, che mi prestò al Perugia».

Ampio spazio, nell’intervista della Gazzetta dello Sport, anche al rapporto con la Juventus e con Luciano Moggi.

È vero che Moggi le fece pagare il fatto di aver rifiutato la procura al figlio Alessandro?
«A Torino, molti mi consigliarono di firmare per la Gea di Alessandro Moggi. Me lo suggerì anche Antonio Conte, leccese come me. Il procuratore però ce l‘avevo, era Caliandro e non volevo tradirlo. Non lo so, se ciò che successe dopo avvenne per ripicca».

Che cosa accadde?
«Moggi padre mi punzecchiava sui tatuaggi, sull’orecchino, sui capelli, e quando ritornai dal prestito alla Fiorentina, ci fu l’episodio del pullman. Loro avevano vinto lo scudetto e un giorno ci portarono in Comune per una premiazione. Io venni lasciato solo a bordo, ad aspettare, una situazione umiliante. Mi cedettero al Benfica».

Come evidenzia ancora la Gazzetta dello Sport, Miccoli non rinnega le sue scelte, ma riflette su ciò che sarebbe potuto essere.

Rimpiange di aver detto no ad Alessandro Moggi?
«Non sono pentito, però mi chiedo come sarebbe andata la mia carriera se avessi accettato di cambiare agente. Che poi… Sono sempre stato fedele a Caliandro e oggi con Caliandro non ci parliamo più. Quando ero in carcere, mi dicevano che Moggi, il padre, telefonasse per sapere come stavo e questo mi ha fatto riflettere. Al di là di tutto, oggi penso che Moggi sia una persona vera».

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Redazione Ilovepalermocalcio