Simone Inzaghi torna a parlare senza filtri del suo addio all’Inter, della stagione vissuta tra successi e rimpianti e della nuova esperienza all’Al Hilal. Nell’intervista firmata da Roberto Maida per la Gazzetta dello Sport, l’allenatore ripercorre i momenti chiave del suo percorso recente, chiarendo dubbi e retroscena. Un confronto diretto, quello raccolto da Roberto Maida sulla Gazzetta dello Sport, in cui emergono orgoglio, delusione e una visione chiara del calcio moderno. Di seguito l’intervista integrale proposta da Roberto Maida per la Gazzetta dello Sport, ripresa ancora da Roberto Maida sulla Gazzetta dello Sport.
Prima però parliamo dell’inchiesta sugli arbitri.
«Mi ha scioccato: l’Inter ha perso parecchi punti nella scorsa stagione a causa degli errori arbitrali. Il campionato, la Supercoppa… È sorprendente essere tirati dentro a una storia nella quale siamo stati penalizzati e non favoriti».
I magistrati parlano di arbitri graditi e sgraditi all’Inter.
«Ok, ma come è possibile pensare a una macchinazione? Per noi è stata una stagione disgraziata. Ho sempre avuto grande rispetto per il lavoro degli arbitri e non voglio parlare del Napoli, che ha vinto onestamente lo scudetto. Ma resta la sensazione che ci sia stato tolto qualcosa. Non accuso nessuno e non dubito della buona fede. Diciamo che non siamo stati fortunati, tutto ha girato contro, anche se abbiamo le nostre colpe. Rimane un dispiacere che non passerà: perdere lo scudetto per un punto è doloroso».
Sente più il merito di aver vinto uno scudetto o il demerito di averne persi due?
«Non si può avere rimpianti nello sport, tanto più se arrivi secondo dietro ad avversari che hanno fatto percorsi importanti. In quattro anni ho vinto tanto e sono contento dei risultati. Non so se si potesse fare qualcosa in più però abbiamo raggiunto due finali di Champions League. Comunque accetto le critiche, purché riguardino me e non i calciatori: mi hanno sempre dato tutto quello che avevano».
Se si trovasse nella stessa situazione di un anno fa, stabilirebbe come priorità lo scudetto o riproverebbe a vincere la Champions?
«Non cambierei niente. Noi avevamo un sogno: il triplete. Alla fine della stagione abbiamo pagato le 23 partite giocate in più rispetto al Napoli. Ma io rifarei tutto: l’Inter ha il dovere di competere a ogni livello. E poi le serate contro il Bayern e il Barcellona rimarranno nella mia mente più dei trofei. Sono state vittorie forse irripetibili».
Cosa è successo nella finale di Monaco?
«Siamo arrivati alla partita senza troppe energie, sia fisiche che mentali: non è una giustificazione ma un dato di fatto. La delusione per lo scudetto perso ha pesato, minando l’autostima. Il Psg è una grande squadra, come abbiamo visto anche l’altra sera contro il Bayern: ha indirizzato la finale con due gol e sfruttato la migliore brillantezza, mentre noi abbiamo provato a reagire e ci siamo disuniti. Ci fa male ancora aver perso così ma non possiamo dimenticare ciò che era successo prima, in Europa».
Una volta per tutte: aveva comunicato alla squadra prima della finale che sarebbe andato via?
«Assolutamente no. Non avrei potuto farlo perché la decisione, molto sofferta per me e per la mia famiglia, non era stata presa. La verità è che è successo tutto molto velocemente: due giorni dopo Monaco ci siamo incontrati a casa di Marotta, alla presenza di Ausilio e Baccin».
Nel corso dell’intervista concessa a Roberto Maida per la Gazzetta dello Sport, Inzaghi si sofferma anche sull’esperienza in Arabia Saudita, respingendo le voci su un possibile esonero e rivendicando i risultati ottenuti. Un passaggio evidenziato anche da Roberto Maida sulla Gazzetta dello Sport, che sottolinea la continuità del progetto tecnico.
I media sauditi hanno parlato di possibile esonero.
«A me sembra che siano tutti contenti di me. Abbiamo fatto i quarti di finale al Mondiale per club, siamo ancora in corsa per il titolo in campionato perché abbiamo 8 punti di svantaggio ma dobbiamo ancora affrontare l’Al Nassr nello scontro diretto, dobbiamo giocare la finale di Coppa del Re… E soprattutto non abbiamo ancora perso una partita in stagione, perché l’eliminazione dalla Champions asiatica contro l’Al Sadd di Mancini è arrivata ai rigori. Non credo che esista nel mondo un allenatore ancora imbattuto».
Lei rivendica con orgoglio i frutti del suo lavoro. Ma se la chiamasse una squadra italiana, o addirittura la Nazionale?
«Non ci penso. Ho ancora un anno di contratto con l’Al Hilal e ho grande entusiasmo. Non ero mai stato lontano dall’Italia e questa avventura mi sta migliorando, sia umanamente che professionalmente».
Non rischia di rimanere prigioniero del maxi stipendio ed essere “costretto” a rimanere in Arabia?
«Non credo proprio. Come dicevo prima, i soldi non sono mai al primo posto per me. Altri colleghi hanno allenato nella Saudi League e poi sono tornati in Europa. Quando sarà il momento, e non so individuarlo oggi, vedremo».
Spazio poi all’Inter e al presente nerazzurro, come riportato da Roberto Maida per la Gazzetta dello Sport, con parole di stima verso la nuova gestione tecnica.
Intanto l’Inter si è consolata in fretta: ha stravinto lo scudetto.
«Sono stati molto bravi, vincere non è mai facile. E il merito è anche di Chivu. Conoscevo il gruppo e non avevo dubbi sulle capacità dei giocatori. Ma anche puntare su Cristian è stata una scelta giusta e io lo sapevo, perché lo avevo visto lavorare. Ora è giusto che l’Inter festeggi e che poi provi a vincere la finale di Coppa Italia».
A proposito di amore, suo fratello Filippo riuscirà a salire in Serie A con il Palermo?
«Lo spero tanto perché lo meriterebbe: ha fatto un grande lavoro, può farcela».
In chiusura, uno sguardo al sistema calcio e ai giovani, tema centrale nell’intervista raccolta da Roberto Maida sulla Gazzetta dello Sport, con Inzaghi che invoca riforme e maggiore attenzione alla formazione.
A proposito di azzurro, come spiega il flop mondiale?
«I problemi esistono e non vanno sottovalutati: bisogna ripartire dalla base facendo uno scatto in avanti in termini di mentalità. Già nei vivai».
Nient’altro?
«Ridurrei il format della Serie A. Magari sono scelte dolorose che però tra cinque anni renderanno felici le persone che hanno favorito il cambiamento. E un’ultima cosa consiglio: valorizzare gli istruttori dei bambini, che insegnano la tecnica e non la tattica. Io sono grato a tantissimi allenatori ma sono legato soprattutto a quelli che mi hanno allevato nel settore giovanile. Senza di loro non sarei mai divenuto Simone Inzaghi».