Sulla bussola della sua vita c’è inciso un motto latino: «Frangar, non flectar», «Mi spezzo, ma non mi piego». Matteo Guardalben, 51 anni, ex portiere passato per Verona, Parma, Palermo e Piacenza, ripercorre carriera e cadute nell’intervista firmata da Francesco Pietrella per la Gazzetta dello Sport.
«Ho rischiato la paralisi e vinto la depressione, ora mi piacerebbe raccontare la mia storia per sensibilizzare le persone», spiega Guardalben a Francesco Pietrella sulla Gazzetta dello Sport, aprendo uno squarcio profondo su una carriera segnata da infortuni e battaglie interiori.
Oggi vive a Parma, lavora in una società immobiliare e si gode la famiglia. «Sono riuscito a non sperperare i soldi, anche se io e mio padre siamo stati truffati anni fa. Per questo aprii una società di consulenza per aiutare i giocatori a gestirsi. Non ho mai voluto fare l’allenatore, col calcio ho chiuso».
La frattura arriva nel 2006: «A Vicenza, durante un allenamento, un normale scontro di gioco mi causò una paralisi totale per ore. Ho rischiato di rimanere paralizzato per la rottura di due vertebre del collo. Sono rimasto fermo quasi un anno. Mi sentivo un supereroe, non mi sono mai ripreso».
Il rientro è ancora più duro. «Quando sono tornato mi sentivo uno schifo. Non ero un fenomeno, ma un buon giocatore sì. Dopo quello scontro non mi sentivo neanche quello. Buio totale, ansia, frustrazione. Se tornassi indietro mi affiderei a uno psicologo».
Come racconta Francesco Pietrella per la Gazzetta dello Sport, Guardalben ha vissuto almeno dieci infortuni gravi: tre operazioni al menisco, lo strappo ai quadricipiti, il distacco del tendine d’Achille, problemi all’adduttore. «Mi chiamavano il gigante di cristallo».
A Parma è stato il vice di Buffon. «Quando lo vidi nel 1997 dissi al mio agente che avrei fatto solo panchina. Pensavo di essere bravo, poi arrivò Gigi». Eppure il rapporto era solido: «Prima della finale di Coppa Italia del 2001 disse a Ulivieri di farmi giocare o si sarebbe dato malato. Il gesto resta».
Tra aneddoti e retroscena emergono Thuram, «il nostro Martin Luther King», Veron e le tensioni con Tanzi, fino al crac Parmalat: «Una volta propose di pagare i premi Uefa in azioni della società. Io pretesi i soldi».
C’è spazio anche per Piacenza e la salvezza del 5 maggio 2002 contro il Verona, la squadra del cuore: «Se avessi fatto un errore mi avrebbero dato del venduto». E per il rimpianto azzurro: «Sono stato convocato tre volte in Nazionale senza esordire. Gli infortuni mi hanno tolto qualcosina».
Infine la chiamata del Milan: «Mi chiamò Vecchi, preparatore di Ancelotti. Non si fidavano di Dida. Ma volevo fare il titolare a Piacenza. Dissi di no». Pentito? «Mah… ormai chi se ne frega».
Un racconto crudo e diretto che, come emerge dall’intervista di Francesco Pietrella sulla Gazzetta dello Sport, restituisce il ritratto di un uomo che ha conosciuto il successo, la fragilità e la risalita. Sempre fedele al suo motto: spezzarsi, ma non piegarsi.