Gds: “«L’estorsione fu fatta per compiacere Miccoli»”

L’edizione odierna del “Giornale di Sicilia” si sofferma sulla vicenda giudiziaria relativa a Fabrizio Miccoli, ex capitano del Palermo. Ecco quanto riportato: “Scrivono i giudici che indirettamente (ma anche direttamente) è stata tutta colpa di Fabrizio Miccoli. Se Mauro Lauricella è stato condannato a sette anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso, fu anche perché intervenne con i sistemi di Cosa nostra nella restituzione di un presunto debito. E lo fece, scrivono i giudici di appello nella motivazione della sentenza, per «affermarsi come persona “importante” e “di rispetto” dinanzi al suo idolo Miccoli, che l’aveva incaricato di spendersi per garantire il soddisfacimento di un credito» vantato da un ex fisioterapista del Palermo, Giorgio Gasparini. Anche l’ex capitano e fantasista rosanero è stato condannato a tre anni e sei mesi in primo grado (col rito abbreviato), mentre in un processo diverso, celebrato col rito ordinario, Lauricella aveva avuto un anno per violenza privata, in Tribunale; la terza sezione della Corte d’appello ha però accolto l’appello del pm Francesca Mazzocco e del pg Ettore Costanzo, portando a sette gli anni di carcere, riconoscendo il figlio del boss Antonino Lauricella, soprannominato lo Scintilluni, colpevole anche di estorsione aggravata. Che poi è lo stesso reato attribuito a Miccoli, condannato dal Gup e adesso a giudizio davanti alla quarta sezione della Corte. La sentenza è stata impugnata in Cassazione dai legali di Lauricella, gli avvocati Giovanni Castronovo e Simona La Verde. I legali sostengono la totale infondatezza delle tesi del collegio presieduto da Antonio Napoli, consigliere relatore Gaetano Scaduti. Ma rispetto alla decisione del Tribunale, i giudici di secondo grado rivalutano una serie di circostanze, a partire proprio da quanto affermato dallo «stesso Lauricella, che ammetteva di aver agito innanzitutto per accreditarsi verso il Miccoli, per il quale provava una sorta di venerazione». Citano in proposito alcune affermazioni dell’imputato, rese davanti al Tribunale: «Avendo a Miccoli accanto io, era il mio sogno… perché per me è la mia vita, io sono malato di lui». E non solo: «Volevo fare bella figura con Miccoli». In appello Lauricella aveva «evidenziato che il Miccoli all’epoca dei fatti si stava spendendo per cercare di trovargli un posto come calciatore in qualche squadra di professionisti o semiprofessionisti». Ipotizzata dunque «una sorta di do ut des» tra i due. La questione al centro dei due processi è identica: al momento di sciogliere e ricostituire con nuovi membri la società che gestiva la discoteca Paparazzi di Isola delle Femmine, era sorto – tra il 2010 e il 2011 – un contenzioso economico. Gasparini, che era in società anche con Andrea Barzagli, campione del mondo ed ex rosanero, poi passato al Wolfsburg e alla Juventus, sosteneva di dover avere 12 mila euro da coloro che gli erano subentrati. Chiese aiuto a Miccoli e quest’ultimo fece intervenire il figlio del boss della Kalsa, peraltro in quel periodo latitante. Il risultato fu, dopo una serie di questioni, che Gasparini ebbe materialmente solo duemila euro, mentre Mauro Lauricella ne tenne per sé quattromila, per il «servizio» reso. Questo aspetto conta e rileva pure che l’intervento del giovane, soprannominato «Scintilla» e molto amico di Miccoli, sarebbe stato segnato da una serie di fatti e di mediazioni a cui avrebbero partecipato personaggi di spicco di Cosa nostra, come Vincenzo Di Gaetano, Vincenzo Adelfio e Nicolò Milano, tutti condannati in vicende di mafia. Ci fu tra l’altro una riunione alla Kalsa, che «si svolse in un clima “clandestino” (in un retrobottega) nonché fortemente intimidatorio – insiste il giudice Scaduti in motivazione – laddove alcuni dei soggetti presenti alla riunione organizzata dal Lauricella, dopo aver rimarcato che erano stati invitati dallo stesso odierno imputato, hanno deliberatamente prospettato ed evocato – già in principio – la valenza mafiosa del padre di Lauricella Mauro, in modo tale che detta valenza illuminasse, anche solo di luce riflessa, pure la figura del medesimo odierno imputato». Uno di coloro che dovevano pagare – una delle vittime dell’estorsione – era Nicolò Graffagnini, che «incontrava diverse volte il Lauricella, sapendo sia della caratura mafiosa del padre di quest’ultimo sia che lo stesso Lauricella Mauro era stato “attivato” dal Miccoli per conto del Gasparini. Graffagnini, infatti, in qualche modo temeva l’incontro con il Lauricella, conoscendo già la caratura mafiosa del padre di quest’ultimo», e aveva cercato l’aiuto di un proprio amico, anche lui coinvolto in fatti di mafia come Rubens D’Agostino, che «ha riportato condanna per usura ed estorsione» e che è finito in cella a dicembre 2018 nell’operazione Cupola 2.0. Era stato categorico, comunque, il figlio del boss e amico del calciatore famoso: «A me non interessa chi paga, però dovete pagare», aveva detto ai presunti debitori dell’ex fisioterapista. A parte gli incontri e le singole intimidazioni, i giudici rilevano che l’intervento di Lauricella è quello di un estraneo al contesto: non era lui il creditore ma agiva per conto terzi, senza averne alcun titolo. E rivendicando il proprio ruolo. Soprattutto in base al cognome che portava.

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Redazione Ilovepalermocalcio