SERIE B

Corriere dello Sport: “Breda: «La Serie B resta unica, ma servono riforme e più fiducia nei giovani»”

L’analisi di Roberto Breda offre uno spaccato approfondito sul presente e sul futuro del calcio italiano, con uno sguardo rivolto in particolare ai campionati di Serie B e Serie C. Nell’intervista firmata da Tullio Calzone per il Corriere dello Sport, il tecnico affronta numerosi temi, dalla competitività dei tornei alla valorizzazione dei giovani, passando per le riforme del sistema calcistico e il crescente peso degli investitori stranieri. Nel corso dell’intervista, Tullio Calzone sul Corriere dello Sport raccoglie le riflessioni di un allenatore che conosce profondamente entrambe le categorie, mentre Tullio Calzone per il Corriere dello Sport mette in luce anche le criticità strutturali del movimento. Un confronto ricco di spunti che, come emerge ancora nell’intervista di Tullio Calzone sul Corriere dello Sport, tocca tutti i principali temi del calcio professionistico italiano.

Roberto Breda, come vede il futuro dei tornei di B e C, dove lei è cresciuto da calciatore e ha allenato a lungo?


«Viaggiano a due velocità. In B la spaccatura è tra le proprietà straniere, che hanno forti disponibilità economiche e rose competitive, e quelle italiane. In C ci sono piazze storiche a cui la categoria sta stretta. La cadetteria resta comunque affascinante e unica, priva di gerarchie fisse. Conta l’identità che si riesce a dare al gruppo. Playoff e playout garantiscono imprevedibilità totale. La formula della C è invece più spietata: sale solo la prima dei tre gironi, e per le altre i playoff diventano una roulette russa. Ma entrambi i campionati hanno un enorme valore sociale».

Tra i temi affrontati con Tullio Calzone sul Corriere dello Sport c’è anche il recente addio al Padova, esperienza conclusa dopo una salvezza conquistata con merito.

Nell’ultimo torneo lei ha ottenuto una salvezza non scontata col Padova: come mai non l’hanno confermata?

«Bisognerebbe chiederlo alla società. È stato fatto un lavoro importante e mi dispiace non aver potuto dare continuità a una base tecnica che ritengo ottima. L’avvento della nuova proprietà ha portato altre idee».

Nel corso dell’intervista di Tullio Calzone per il Corriere dello Sport, Breda individua anche le squadre che più lo hanno convinto e quelle che invece hanno deluso le aspettative.

Quali squadre l’hanno più colpita e quali delusa nell’ultima stagione?

«Frosinone e Catanzaro tra le sorprese positive: hanno saputo costruire un’identità forte basata sulle idee, sui valori umani e sulla capacità di tradurli in gioco. Spezia e Bari le delusioni, erano partite con obiettivi del tutto diversi e hanno faticato. Anche l’Empoli, considerando il valore della rosa, non ha disputato un grande torneo».

I tecnici che hanno proposto idee nuove quali sono stati?

«Dico Alvini su tutti, sono felice per lui. Ha preso una squadra giovane e ha saputo mettersi in discussione: dopo anni di difesa a tre è passato al 4-3-3. Ha cambiato modulo mantenendo però intatti i suoi principi di aggressività e proposta di gioco, valorizzando al massimo i calciatori in fase offensiva e facendo un ottimo lavoro con la linea a quattro».

L’intervista realizzata da Tullio Calzone sul Corriere dello Sport prosegue con uno sguardo ai talenti emergenti della Serie B.

Se dovesse fare tre nomi di giovani calciatori di B quali indicherebbe?

«Indico due ragazzi che ho allenato alla Ternana: Lorenzo Lucchesi, autore di un ottimo torneo e ora al Monza, e Antonio Raimondo, che a Frosinone è maturato. Poi dico Pastina, un difensore che ho avuto a Padova e che possiede qualità importanti».

Come è cambiata la B rispetto ai suoi tempi da calciatore?

«Oggi contano la codifica delle situazioni, la video analisi e l’utilizzo dei dati. Ai miei tempi, invece, ci basavamo sulle abilità tecniche e sulle letture individuali. Oggi le squadre sono organizzate e più propositive».

Ampio spazio viene dedicato anche al tema della crescita dei giovani e delle infrastrutture del calcio italiano.

La nuova governance della Figc promette riforme sostanziali per favorire l’impiego dei nostri talenti. Ma le regole attuali aiutano?

«Il nostro è un problema strutturale. Mancano centri sportivi adeguati: in B mi capita spesso di vedere formazioni Primavera o Nazionali costrette a dividersi il campo a metà per allenarsi. Inoltre, i tecnici dei settori giovanili sono sottopagati e costretti a fare altri lavori, togliendo tempo alla loro formazione. Se obblighiamo le società a far giocare ragazzi non ancora pronti, spostiamo solo il problema in avanti abbassando la qualità dei campionati. L’unico modo per farli crescere è migliorare le strutture e la qualità del lavoro».

In C tante squadre professionistiche non hanno le risorse per mantenere questo status. È un format da asciugare?

«In C ho allenato l’ultima volta 15 anni fa, a Salerno. Torneo interessante. Sul piano della sostenibilità la situazione è complessa: troppe piazze importanti sono condannate a vincere e questo le spinge a investimenti superiori alle loro possibilità. È una categoria cruciale per il movimento e oggi è priva dei fondi necessari».

Ma anche le Leghe dovrebbero avere mission specifiche nel movimento?

«Una forma di sussistenza e di equilibrio complessivo aiuterebbe l’intero sistema. Dobbiamo cambiare mentalità: siamo indietro su stadi e centri sportivi, e se non modifichiamo l’approccio continueremo a ripetere gli stessi errori senza uscire da questa crisi».

Tra gli argomenti affrontati da Tullio Calzone per il Corriere dello Sport c’è anche il modello Frosinone, indicato come esempio di programmazione.

Il Frosinone che vince con i giovani dopo essersi salvato l’anno precedente all’ultima curva come si spiega?

«L’anomalia del Frosinone non è stata la stagione attuale, ma quella precedente, in cui si è salvato all’ultimo respiro pur avendo una rosa competitiva. La società lavora benissimo da anni con scelte mirate su calciatori e tecnici. Dopo un’annata storta sono tornati subito a puntare sui giovani e sul lavoro di campo, dando fiducia a un tecnico come Alvini che aveva un’enorme voglia di rivalsa e i cui valori tecnici sono indiscutibili per chi sa valutarli».

Eppure una società virtuosa, con giovani di qualità e strutture d’avanguardia, passa di mano: da Stirpe al fondo americano Clara Vista per oltre 40 milioni. Il sistema non regge più senza risorse esterne?

«La spaccatura tra proprietà italiane e investitori stranieri è netta. Il Frosinone ha dimostrato negli anni una solidità esemplare e credo che questo passaggio di mano sia avvenuto nel momento giusto. È un’operazione che ricorda il modello Atalanta: entrano capitali stranieri ma resta intatta la struttura organizzativa e dirigenziale locale. Così si sommano le risorse finanziarie alle competenze manageriali, garantendo stabilità e prospettive di crescita».

Ma un calcio sempre più a trazione internazionale è un rischio o un’opportunità?

«Per me è una grande opportunità. Gli investimenti richiesti sono sempre più alti. Abbiamo bisogno di unire le competenze calcistiche italiane alle capacità manageriali esterne. È una fase di transizione: le proprietà estere faticano a calarsi nella nostra mentalità, i nostri dirigenti e allenatori soffrono ad aprirsi alle logiche di un calcio internazionale, che non è solo tattica ma anche show e valorizzazione del prodotto».

Il presidente Bedin ha modificato il meccanismo del minutaggio per incentivare i giovani e insiste sulla cancellazione di norme come lo svincolo. Riforme indispensabili?

«Un supporto normativo che incentivi i club a puntare sui ragazzi è utile. Ma la svolta reale passa dalla formazione sul campo e dalla crescita tecnica del calciatore».

Ma non ci sarebbe bisogno di dare più tempo agli allenatori?

«La qualità del lavoro cresce in modo esponenziale nel tempo. E in Italia questo è un problema serio. I grandi cicli del nostro calcio, penso a Gasperini a Bergamo, nascono da percorsi lunghi. Da noi l’emotività e la pressione delle piazze portano spesso a sacrificare l’unico elemento sostituibile nell’immediato: l’allenatore. Bisognerebbe tutelare il lavoro svolto e attendere che porti frutti. È un limite culturale diffuso, se pensiamo che persino nei settori giovanili si assiste all’esonero degli istruttori per rincorrere i risultati».

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Redazione Ilovepalermocalcio