Paolo Maldini rompe il silenzio e racconta al Corriere della Sera la breve esperienza vissuta ai vertici della Nazionale, terminata prima ancora dell’inizio formale dell’incarico. Nell’intervista, l’ex capitano del Milan e dell’Italia affronta il rapporto con Giovanni Malagò, la scelta del commissario tecnico, i contatti con Guardiola e Ancelotti e soprattutto il progetto con cui avrebbe voluto cambiare profondamente il calcio italiano.
Prima, però, Maldini dedica un pensiero a Franco Baresi, figura centrale della sua carriera e della sua formazione umana.
Cosa prova ripensando a Franco Baresi?
«Una tristezza profonda. Ho ripercorso mentalmente gli ultimi quarant’anni della sua vita e venticinque li ho trascorsi insieme a lui. Non era soltanto amicizia: quando condividi giorni, notti, vittorie e sofferenze con una persona si crea un legame indissolubile. Per me Franco è stato un esempio perfetto di leadership: poche parole e tanti fatti».
Si è parlato spesso del suo carattere difficile e della sua intransigenza. Si riconosce in questa descrizione?
«Sono gli altri a dovermi giudicare e so bene che non si può piacere a tutti. Io cerco di fare le cose nel modo migliore possibile e di parlare con chiarezza. Se difendere il proprio ruolo, assumersi le responsabilità e cercare di vincere significa essere intransigente, allora sì, lo sono».
Nel colloquio con il Corriere della Sera, Maldini sottolinea soprattutto un aspetto: la libertà di poter accettare un incarico soltanto quando esistono realmente le condizioni per svolgerlo.
Quanto conta questa libertà nelle sue scelte?
«Non sono attaccato a una poltrona e non ho necessità economiche. Accetto un ruolo quando penso di poterlo esercitare davvero e di poter dare il mio contributo. Se mi viene affidata una responsabilità, voglio poterla assumere fino in fondo».
Come nasce il suo coinvolgimento nel progetto della Nazionale?
«Malagò mi chiamò a Pasqua e mi disse che, qualora fosse diventato presidente della FIGC, avrebbe voluto coinvolgermi. Gli diedi la mia disponibilità perché, calcisticamente, per me esistono due realtà speciali: il Milan e la Nazionale. Il giorno prima delle elezioni mi richiamò e iniziammo a parlare concretamente».
Quale incarico le era stato prospettato?
«La presidenza del Club Italia. Ma il progetto andava molto oltre la prima squadra: bisognava rifondare il calcio italiano».
Perché coinvolgere anche Leonardo?
«Con Leonardo condivido valori, principi e amicizia. Ha grandi capacità organizzative e con me esiste una forte sintonia. Da lì abbiamo immaginato anche una nuova figura, quella del direttore tecnico, che avrebbe dovuto essere un riferimento per l’allenatore della Nazionale».
Dove si è rotto il rapporto?
«Quando gli accordi iniziali sono stati modificati. A quel punto non c’erano più le condizioni e abbiamo scelto di rinunciare al contratto quadriennale che sarebbe dovuto partire il primo agosto».
La scelta del commissario tecnico
Uno dei passaggi centrali dell’intervista concessa al Corriere della Sera riguarda la scelta dell’allenatore. Maldini sostiene che l’accordo iniziale prevedesse piena autonomia sua e di Leonardo nell’individuazione del nuovo ct, con successiva approvazione da parte di Malagò.
Avevate concordato chi avrebbe scelto il ct?
«Fu la prima cosa che chiesi. Mi venne detto che l’allenatore lo avremmo scelto noi e che il presidente avrebbe dato il proprio via libera. Successivamente questa impostazione è cambiata».
Perché avevate indicato un progetto di otto-dieci anni?
«Perché rifondare un movimento calcistico richiede tempo. Dovevamo lavorare contemporaneamente su due piani: da una parte costruire nuovi talenti, cambiare mentalità e coinvolgere tutte le componenti federali; dall’altra ottenere subito risultati con la Nazionale maggiore».
Quale calcio volevate costruire?
«Un calcio maggiormente legato alla tecnica e alla mentalità offensiva. Siamo rimasti indietro. Volevamo ridurre l’esasperazione tattica nella formazione dei ragazzi e tornare a lavorare su tecnica individuale, uno contro uno e coraggio offensivo».
I candidati alla panchina erano davvero Pirlo, De Rossi e Grosso?
«Sì. Tre campioni del mondo, giovani e con una storia importante in Nazionale. Poi ci venne spiegato che, per gli accordi politici che avevano portato all’elezione del presidente, non sarebbe stato possibile prendere allenatori già impegnati con squadre di Serie A. A quel punto De Rossi e Grosso uscirono dalla lista».
Avete contattato anche Carlo Ancelotti?
«Sì, era una telefonata doverosa. È un amico fraterno ed è uno dei più grandi allenatori italiani. Ci disse però che il Brasile gli aveva ribadito piena fiducia».
Maldini: «Guardiola fu molto vicino ad accettare»
Il retroscena più suggestivo riguarda Pep Guardiola. Maldini racconta al Corriere della Sera di un incontro approfondito a Barcellona e di una disponibilità concreta da parte dell’allenatore.
Quanto siete stati vicini a Guardiola?
«Molto. Era il tecnico che meglio rappresentava la nostra idea di calcio. Siamo andati a Barcellona, abbiamo pranzato insieme e parlato per tutta la giornata. Era molto tentato e arrivò davvero vicino ad accettare. Durante il confronto iniziò persino a disegnare delle formazioni».
È vero che chiedeva venti milioni di euro?
«No, assolutamente. L’aspetto economico non fu mai un problema. Ci disse addirittura che avrebbe accettato un euro in meno rispetto allo stipendio dell’ultimo commissario tecnico».
Perché allora non accettò?
«Era stanco. Veniva da dieci anni durissimi in Premier League, aveva avuto anche un intervento alla schiena e sentiva il bisogno di riposarsi. Però il confronto fu molto serio e approfondito».
Il caso Pirlo
La scelta si spostò quindi su Andrea Pirlo, candidatura successivamente saltata anche in seguito alle polemiche legate ai suoi rapporti commerciali con una società russa di scommesse.
Perché Pirlo era l’uomo giusto?
«Volevamo un allenatore giovane, preparato tecnicamente, che condividesse il progetto e che avesse avuto una carriera di altissimo livello. Quando parlo di calcio con Andrea lo trovo preparatissimo. Con un direttore tecnico e un advisor al suo fianco sarebbe stato ideale».
Quanto pesò la questione della società di scommesse?
«Sicuramente ebbe un peso. Noi inizialmente non ne eravamo a conoscenza, ma dal punto di vista giuridico non esisteva nulla che impedisse a Pirlo di diventare commissario tecnico».
Fu quindi un pretesto?
«Direi di sì. La vicenda venne enfatizzata in maniera sproporzionata. Andrea era anche disponibile a interrompere quel rapporto. Se ci fosse stata davvero la volontà di affidargli la Nazionale, non ci sarebbero stati impedimenti legali».
Maldini affronta anche il tema delle attività professionali dei figli suoi e di Pirlo, indicando come, a suo giudizio, non esistessero incompatibilità giuridiche tali da impedire gli incarichi.
Cosa accadde successivamente con Malagò?
«Chiamò me e Leonardo dicendo che secondo lui Pirlo non era più una strada percorribile e che da quel momento avrebbe scelto direttamente lui il commissario tecnico, mentre noi avremmo dovuto limitarci ad avallarlo. Per me era impossibile accettare. Se ho una responsabilità devo anche poterla esercitare. Dopo ventiquattro ore abbiamo rinunciato all’incarico».
Il progetto per rifondare il calcio italiano
Nel racconto al Corriere della Sera, Maldini chiarisce che il vero obiettivo non era soltanto trovare un allenatore per la Nazionale maggiore, ma intervenire sull’intero sistema calcistico.
Da dove sareste partiti?
«Avevamo già cominciato da Coverciano. Ho trovato tante persone con voglia di lavorare, ma senza una direzione precisa. Servivano obiettivi e indicazioni chiare».
Quale sarebbe stato concretamente il progetto?
«Un cambiamento radicale delle metodologie di lavoro, con maggiore attenzione alla mentalità offensiva, alla crescita dei talenti e all’intera filiera delle Nazionali giovanili. Il Club Italia comprende diciannove squadre, dalle giovanili alle femminili, fino al beach soccer e al futsal».
Quali interventi ritenevate necessari?
«Un Patto per le Nazionali, nuove regole per favorire l’utilizzo dei calciatori italiani in Serie A, B e C e investimenti obbligatori nei vivai. Oggi abbiamo difficoltà sia nel creare difensori sia nel formare attaccanti. Il sistema deve essere aggiornato».
Maldini insiste inoltre sulla necessità di investire sugli allenatori che lavorano nelle categorie giovanili, considerate decisive nella formazione tecnica dei calciatori.
Come giudica la scelta di Ranieri?
«La sua carriera parla per lui. È una figura di enorme valore e averlo rappresenta sicuramente qualcosa di importante. Il lavoro da fare, però, resta gigantesco. La mia paura è che venga posta molta attenzione sulla Nazionale maggiore e meno sulla rifondazione complessiva del movimento».
Maldini e il rimpianto per un progetto mai partito
Resta soprattutto il rammarico per un’occasione che Maldini considerava molto più di un semplice incarico dirigenziale.
Cosa le rimane di questa esperienza?
«Un grande cruccio. Avevo accettato un compito impegnativo che giorno dopo giorno era diventato quasi un sogno: costruire qualcosa per le nuove generazioni e riportare l’Italia a essere competitiva».
Il riferimento finale è ancora Guardiola e al modello spagnolo costruito nel tempo attorno alle idee di Johan Cruijff.
«Guardiola ci parlò a lungo dell’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo. All’inizio fu combattuto, ma ciò che vediamo oggi nasce anche da quel lavoro. Non volevamo certo paragonarci a lui, ma quella era la strada: difficile, lunga, capace però di cambiare l’identità del calcio italiano. È davvero un peccato che non sia stato possibile provarci».