SERIE A

Corriere della Sera: “Fàbregas: ‘Troppi social, poca pazienza e troppi esoneri. Il calcio deve tornare a essere gioia’”

Dalla Champions League sfiorata da calciatore a quella conquistata con il suo Como da allenatore. Nell’intervista concessa al Corriere della Sera, Cesc Fàbregas racconta il percorso che lo ha portato a diventare uno dei tecnici emergenti più apprezzati d’Europa, soffermandosi sul calcio moderno, sui giovani e sul progetto che ha portato il Como ai vertici.

Ripercorrendo la sua infanzia, Fàbregas ha ricordato al Corriere della Sera come il calcio fosse già il centro della sua vita. «La mia coperta era del Barcellona, sul muro c’erano i poster di Figo, Guardiola e Laudrup. Il primo pallone che ho avuto era un Mikasa e lo ricordo ancora». Il tecnico spagnolo ha raccontato di aver imparato a giocare per strada, tra muri e saracinesche, in un piccolo centro della Catalogna dove trascorreva intere giornate rincorrendo un pallone.


Parlando della sua crescita, Fàbregas ha spiegato al Corriere della Sera di aver sempre avuto una mentalità da professionista: «Quando avevo otto anni giocavo con ragazzi più grandi di me. Chiedevo a mia nonna di prepararmi solo pollo e insalata perché volevo mangiare come un atleta. Ero già concentrato sul mio obiettivo».

Uno dei temi centrali dell’intervista concessa al Corriere della Sera riguarda il rapporto tra giovani e tecnologia. Fàbregas non ha nascosto la propria preoccupazione: «Mia figlia di tredici anni è l’unica della sua classe a non avere un telefono. Anche se si arrabbia, continuo a pensare che fino a sedici o diciassette anni non dovrebbe averlo». Il tecnico del Como ha aggiunto che «i social creano l’illusione di vivere in un mondo che non esiste» e che spesso dietro commenti e giudizi si nascondono «persone frustrate o addirittura robot».

L’ex centrocampista di Barcellona, Arsenal e Chelsea ha evidenziato come questo fenomeno influenzi anche il calcio moderno. «I ragazzi non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti. Se sbagliano un passaggio sembra la fine del mondo, ma sbagliare è una parte fondamentale della crescita». Per questo motivo, ha spiegato al Corriere della Sera, nel suo spogliatoio cerca di valorizzare ogni piccolo traguardo: «Li faccio festeggiare tutti. Un esordio, un compleanno, il primo gol. Bisogna imparare a celebrare ogni passo in avanti».

Fàbregas ha poi affrontato il tema della perdita di creatività nel calcio contemporaneo. «Oggi tutti vogliono controllare tutto. Si difende molto bene ma si attacca poco. Se un giocatore prova una giocata difficile e sbaglia viene immediatamente massacrato». Secondo il tecnico del Como, il gioco è diventato sempre più organizzato e meno spontaneo, con un’eccessiva attenzione ai meccanismi tattici.

Sul lavoro svolto nel settore giovanile del Como, Fàbregas ha spiegato al Corriere della Sera che l’obiettivo principale è insegnare la tecnica individuale. «Ai ragazzi insegniamo a costruire, dribblare e attaccare la profondità. Questo li diverte». Al contrario, ha criticato certi atteggiamenti che osserva nei campi giovanili: «Mi capita di sentire allenatori che urlano ai bambini “Corri, attacca, mettiti quattro-quattro-due”. Il calcio per loro dovrebbe essere soprattutto gioia».

Il tecnico spagnolo ha parlato anche delle regole introdotte nel ritiro del Como. «Durante il pranzo non si usa il cellulare. Mi piace vedere i ragazzi parlare, scherzare e conoscersi». Una filosofia che punta a rafforzare il senso di appartenenza e la costruzione del gruppo.

Nell’intervista al Corriere della Sera, Fàbregas ha affrontato anche il tema della presenza di calciatori italiani nella rosa lariana. «Mi dispiace che quest’anno ce ne siano pochi. Mi sento parte del calcio italiano e voglio contribuire alla sua crescita, soprattutto attraverso il settore giovanile». Ha inoltre ribadito che eventuali opportunità di mercato legate a profili italiani saranno valutate con attenzione.

Analizzando il successo del Como, Fàbregas ha individuato nella continuità uno degli elementi decisivi. «A gennaio non abbiamo comprato nessuno. Non mi piacciono le squadre che cambiano dieci giocatori ogni sei mesi. Se vuoi costruire qualcosa di importante devi dare stabilità al gruppo».

Infine, il tecnico ha lanciato una riflessione sul calcio italiano e sulla gestione degli allenatori. «Quando un allenatore viene esonerato dopo tre partite significa che qualcuno ha sbagliato la scelta iniziale». Citando l’esempio dell’Arsenal con Arteta, Fàbregas ha aggiunto: «Un progetto si valuta dopo uno o due campionati, non dopo qualche settimana. Bisogna avere il coraggio di credere nelle proprie idee».

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Redazione Ilovepalermocalcio