Il suo sogno era arrivare in Italia per diventare un calciatore. La vita lo ha portato altrove, ma il calcio potrebbe offrirgli una seconda possibilità. È la storia di Alaa Faraj, trentenne libico detenuto nel carcere dell’Ucciardone, raccontata da Massimo Norrito su la Repubblica Palermo. Dopo la grazia parziale concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Faraj ha iniziato a seguire un corso per allenatori fuori dal penitenziario, con l’obiettivo di entrare un giorno nel settore giovanile del Palermo.
La svolta arriva durante una visita della società rosanero all’Ucciardone. Una delegazione guidata dal presidente Dario Mirri incontra i detenuti e si sofferma a lungo con Faraj. Mirri ascolta la sua storia, riceve una dedica sul libro scritto dal giovane insieme alla ricercatrice e attivista Alessandra Sciurba e parla con lui del sogno spezzato di quel ragazzo sbarcato a vent’anni sulle coste siciliane. Un passaggio centrale, ricostruito da Massimo Norrito sulle pagine di la Repubblica Palermo.
Da quell’incontro prende forma un percorso concreto. Si attiva una rete che coinvolge anche il presidente della Figc Gabriele Gravina e quello del Comitato regionale siciliano della Federazione, Morgana. Faraj si iscrive a un corso “Uefa C”, che abilita ad allenare squadre giovanili fino all’Under 17. Se ad aprile supererà gli esami finali, il Palermo potrà valutare il suo inserimento nello staff del vivaio. Una prospettiva raccontata ancora da Massimo Norrito su la Repubblica Palermo, che sottolinea l’attenzione del club alle tematiche sociali senza rinunciare alla meritocrazia.
Nulla sarà automatico. La chiamata del Palermo arriverà solo a carte in regola, ma intanto la coincidenza non passa inosservata: la visita del club all’Ucciardone avviene il pomeriggio del 22 dicembre, la stessa sera in cui Mattarella concede la grazia parziale al detenuto libico, in carcere da dieci anni. Oggi Faraj punta alla semilibertà, possibile solo con un lavoro esterno: al mattino frequenta le lezioni del corso da allenatore, la sera rientra nella sua cella.
Per la giustizia italiana, Hamad Abdelkarim – questo il suo vero nome – era uno degli scafisti di un barcone soccorso al largo della Sicilia nell’estate del 2015, con 49 morti su 362 persone a bordo. Condannato a trent’anni di carcere, ha sempre proclamato la propria innocenza. Con la grazia presidenziale e la buona condotta restano da scontare circa cinque anni. Ma, come conclude Massimo Norrito su la Repubblica Palermo, inseguendo il sogno del calcio Alaa Faraj ha già iniziato a respirare un’idea diversa di libertà.